Liturgia&Musica

Solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo/A

di Massimo Palombella

Stefano di Giovanni di Consolo detto “Sassetta” (1400-1450), Istituzione dell’eucaristia, 1430-1432 (Pinacoteca Nazionale di Siena)

La solennità del Santissimo Corpo e Sangue del Signore ci pone dinanzi al cuore stesso della fede cristiana: un Dio che non ha voluto restare lontano dalla nostra condizione umana, ma continua a consegnarsi a noi nei segni umili e fragili del pane e del vino. È il paradosso cristiano: il Signore della gloria accetta di essere presente in ciò che è piccolo, vulnerabile, esposto al tempo e al consumo. Come la sua carne mortale fu il luogo dell’incontro tra Dio e l’uomo, così oggi la sua presenza reale passa attraverso i segni sacramentali. San Leone Magno lo esprime con parole di straordinaria profondità: «Quello che era visibile del nostro Redentore è passato nei riti sacramentali» (Discorso 74, 2).

Per questo l’Eucaristia non è soltanto memoria di un evento passato, ma compagnia concreta nel cammino della nostra esistenza. In mezzo alle fatiche, alle incertezze e alle ferite della vita, Cristo rimane con noi e si fa nostro nutrimento. In un mondo segnato dalla precarietà, l’Eucaristia custodisce una promessa: che la nostra storia non è abbandonata al caso, che la fragilità non è l’ultima parola sull’uomo e che la morte non può spegnere il desiderio di vita piena che abita il cuore umano.

Ogni volta che ci accostiamo al Corpo del Signore riceviamo molto più di un conforto spirituale: riceviamo il pegno del nostro destino eterno. In quel pane spezzato e condiviso è anticipato ciò che siamo chiamati a diventare. L’Eucaristia apre il nostro sguardo oltre i confini del presente e ci orienta verso il compimento ultimo, quando Dio sarà «tutto in tutti» (1 Cor 15,28), il nostro corpo corruttibile si rivestirà di incorruttibilità (cfr 1 Cor 15,52-53) e vedremo il Signore «faccia a faccia» (1 Cor 13,12), «così come egli è» (1 Gv 3,2).

La solennità del Santissimo Corpo e Sangue del Signore non ci invita semplicemente ad adorare la presenza reale del Signore, ma a riconoscere che la nostra vita è già abitata da questa Presenza che la sostiene, la accompagna e la conduce verso la sua pienezza. In quel frammento di pane consacrato è racchiusa tutta la speranza cristiana: Dio si fa vicino a ognuno di noi perché la nostra vita, assunta nella sua, possa aprirsi oltre i confini della precarietà e della morte, verso quella comunione definitiva nella quale ogni attesa troverà il suo compimento.

L’odierna antifona al Magnificat (secondi Vespri) ha il seguente testo attribuito a Tommaso d’Aquino: O sacrum convivium, in quo Christus sumitur:
recolitur memoria passionis eius, mens impletur gratia et futurae gloriae nobis pignus datur.

O sacro convito nel quale ci nutriamo di Cristo:
si fa memoria della sua passione, l’anima è ricolmata di grazia, e ci è donato il pegno della gloria futura.

La musica allegata è di Luca Marenzio (1553-1599), e proviene dai Motecta festorum totius anni pubblicato a Roma nel 1585 (Luca Marenzio, Motecta festorum totius anni [Romae, Apud Alexandrum Gardanum 1585]). L’interpretazione, dal vivo, è della Schola Cantorum Venerandae Fabricae al Concerto “In hoc anni circulo. I mottetti delle feste di tutto lʼanno di Luca Marenzio” tenutosi a Milano nella Chiesa di San Gottardo (Palazzo Reale) il 22 gennaio 2026.

Buona domenica e un caro saluto.