XIX Domenica del Tempo Ordinario/A
di Massimo Palombella

Il Vangelo di oggi ci consegna il celebre episodio di Gesù che cammina sulle acque.
Mi sembra interessante soffermarmi su un particolare che spesso passa inosservato. Matteo racconta che Gesù costringe i discepoli a salire sulla barca. Il verbo utilizzato è ἀναγκάζω (anankázō): significa costringere, obbligare. Non è un semplice invito, ma una vera e propria imposizione.
Questo particolare cambia il modo di leggere tutto il racconto. I discepoli non si trovano nella tempesta perché hanno sbagliato strada, né perché si sono allontanati dal Signore. Al contrario, quella prova nasce dalla loro obbedienza. Sono in quella situazione proprio perché hanno ascoltato Gesù.
La barca viene descritta come tormentata dalle onde. Matteo utilizza il verbo βασανίζω (basanízō): un verbo che richiama il tormento, una prova che logora lentamente. Il vento, inoltre, è ἐναντίος (enantíos), contrario, ostile. È il momento più buio della notte.
Ed è proprio lì, nel pieno della tempesta e della paura, che Gesù cammina sulle acque e va incontro ai suoi discepoli. Non li aspetta a riva: li raggiunge nel mezzo del mare agitato.
Lo stesso Pietro, che scende dalla barca per andare verso di Lui, appena distoglie lo sguardo da Gesù e fissa il vento, viene sopraffatto dalla paura e comincia ad affondare.
Se leggiamo questo racconto in profondità, tutti questi particolari acquistano una forza sorprendente.
I discepoli salgono sulla barca ubbidendo a Gesù e si ritrovano in una situazione nella quale vengono meno le loro certezze. Pietro sposta lo sguardo da Gesù alla propria paura e comincia ad affondare.
La paura attraversa tantissime dimensioni della nostra vita. Quando non viene riconosciuta, può guidare anche le nostre scelte più importanti: paura di restare soli, di non realizzare la propria vita, di non essere stimati, di invecchiare, di vedere spezzarsi l’immagine che abbiamo costruito di noi stessi.
Se la paura non è incontrata, restringe gli orizzonti e ci rinchiude in un’illusione di sicurezza che, in realtà, ci impedisce di vivere.
Guardare davvero il Signore, fare la verità, ci porta alla nostra più intima verità e ci permette di affrontare quei nodi irrisolti che generano le nostre paure.
È proprio qui che il Signore ci attende. Non per negare ciò che ci fa paura, ma per raggiungerci nel mezzo della tempesta e dirci, ancora una volta, quelle parole che attraversano tutta la Scrittura: «Coraggio, sono io, non temete».
Non per eliminare la prova, ma per imparare a fidarci e lasciarci condurre, lentamente, a diventare quella persona che possiamo e dobbiamo essere.
L’Alleluia in canto Gregoriano della celebrazione odierna è tratto dal salmo 89 (Sal 89, 1) con il seguente testo:
Alleluia. Domine, refugium factus es nobis a generatione et progenie.
(Alleluia. Signore, tu sei stato per noi un rifugio di generazione in generazione).
La musica allegata è tratta dal Graduale Triplex pubblicato a Solesmes nel 1979. L’interpretazione è della Schola of the Benedictine Abbey, Gerleve dioretta da Gottfried Meier. La traccia musicale è reperibile ne CD Gregorian Chants pubblicato nel 2013 da T2 International BV.
Buona domenica e un caro saluto.