XX Domenica del Tempo Ordinario/A
di Massimo Palombella

Nel Vangelo di oggi (Mt 15, 21-28) ci viene narrata la vicenda della donna Cananea che chiede aiuto a Gesù per sua figlia malata.
È interessante notare due cose della donna cananea: il suo chiedere aiuto e la sua insistenza. Il testo greco, al v. 22, usa il verbo ἔκραζεν — ékrazen, «gridava», «continuava a gridare», imperfetto di κράζω — krázō. L’imperfetto suggerisce un’azione insistente, protratta: non semplicemente «gridò», ma continuava a gridare. E infatti, poco dopo, i discepoli chiedono a Gesù di intervenire perché «grida dietro di noi»: κράζει ὄπισθεν ἡμῶν — krázei ópisthen hēmôn. La perseveranza della donna è dunque iscritta anche nella forma verbale.
Io sono capace di chiedere aiuto solo se riconosco la mia debolezza, il mio “aver bisogno”. In qualche modo, il mio chiedere aiuto è il primo grande processo di liberazione della mia vita, proprio perché ho preso consapevolezza che la mia vita non “funziona più”, che c’è qualcosa che non va, e sono anche disposto a perdere le comodità, le sicurezze che mi ritrovo ad avere in una vita che non “funziona più”.
In analogia possiamo pensare al cieco Bartimeo nel vangelo di Marco (Mc 10, 46-52), il quale trova il coraggio di gridare a Gesù, ma è anche capace, quando Gesù lo chiama, di gettare via il suo mantello: ἀποβαλὼν τὸ ἱμάτιον αὐτοῦ — apobalṑn tò himátion autoû. Marco non dice semplicemente che lo lascia: usa ἀποβάλλω — apobállō, «gettare via». Bartimeo si libera di ciò che fino a quel momento lo avvolgeva, balza in piedi e va verso Gesù.
Ed è significativo che colui che all’inizio “stava seduto presso la strada”, ἐκάθητο παρὰ τὴν ὁδόν — ekáthēto parà tḕn hodón, alla fine “lo seguiva nella strada”, ἠκολούθει αὐτῷ ἐν τῇ ὁδῷ — ēkoloúthei autō̂ en tē̂ hodō̂. Per lasciarsi cambiare la vita, Bartimeo deve anche essere disposto a lasciare ciò che apparteneva alla sua condizione precedente.
Anche io oggi posso trovarmi, come la donna cananea, ad avere una figlia malata, o, come Bartimeo, a mendicare avvolto in un mantello… Sarò capace di chiedere aiuto solo se riconosco che questa situazione necessita un cambiamento, che il permanere in questa situazione non dice la verità di me.
Allora, come la Cananea o il cieco, sarò anche capace di essere “insistente”, ma non per una questione egoistica: sarò insistente perché ho riconosciuto che quella situazione non dice la verità della mia vita. La perseveranza diventa così il rifiuto di rassegnarmi a ciò che mi impedisce di essere nella verità.
E il Signore mi salverà, mi condurrà alla verità, che è l’unica, sola e reale libertà.
L’antifona di Comunione della celebrazione odierna è tratta dal capitolo 21 del Vangelo di Matteo (Mt 21, 13) con il seguente testo:
Domus mea domus orationis vocabitur, dicit Dominus:
in ea omnis, qui petit, accipit; et qui quaerit, invenit; et pulsanti aperietur.
(La mia casa sarà chiamata casa di preghiera, dice il Signore:
in essa chi chiede riceve, chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto).
La musica allegata è tratta dal Graduale Triplex pubblicato a Solesmes nel 1979. L’interpretazione è del Die Singphoniker diretto da Godehard Joppich. La traccia musicale è reperibile nel CD Gregorian Chant from St. Gall, Vol. 1 rieditato nel 2013 (l’album originale è del 1994, CPO) da NAXOS of America.
Buona domenica e un caro saluto.