Olio sparso è il tuo nome (seconda parte). Antonio, la luce dell’anima e le opere di misericordia
In ascolto di Esodo – (Es 29,7-9) – Gennaio 2026
a cura di fratel Gianmartino Maria Durighello e Gruppo Esodo, Piccoli amici di Maria Maddalena

Carissime sorelle e carissimi fratelli,
come avevamo programmato nel precedente incontro, eccoci oggi, come un passaggio di testimone, da un amico a un altro amico, da Bernardo di Chiaravalle ad Antonio di Padova.
L’amica Francesca ha estratto alcuni passi dai sermoni del santo di Padova osservando come, nella maggior parte dei casi, quando Antonio nomina l’olio lo accosta alla Misericordia e alle opere di Misericordia. Prima di tutto Misericordia di Dio, e quindi anche dell’uomo verso i suoi fratelli.
Ma ancora l’olio, per la sua proprietà di ungere e illuminare, simbolizza la predicazione:
* l’olio della predicazione
Muovendo dal Vangelo del cieco nato, Antonio passa a contemplare “l’olio della predicazione” commentando due passi del libro dei Re: Samuele (che significa “richiesto”) che unge Saul (=peccatore) e Sadoc (=giusto) che unge Salomone (=pacifico).
Come l’olio unge e illumina, così la predicazione rianima la pelle del peccatore e lo rinvigorisce nella lotta contro il male e illumina la ragione affinché possa vedere la luce del vero sole. Così il predicatore prende l’olio dall’ampolla quadrangolare dei 4 Vangeli:
“Un cieco sedeva lungo la via, e gridava: Figlio di David, abbi pietà di me” (Lc 18,35.38).
Leggiamo nel primo libro dei Re: “Samuele prese un’ampolla di olio e lo versò sul capo di Saul” (1Re 10,1). Samuele s’interpreta “richiesto”, e indica il predicatore (…). Il predicatore deve prendere l’ampolla dell’olio, che è un vasetto quadrangolare, figura della dottrina evangelica, detta quadrangolare a motivo dei quattro evangelisti, e da essa deve versare l’olio della predicazione sul capo di Saul, vale a dire nell’anima del peccatore. (…)
Osserva che l’olio unge e illumina. Così la predicazione unge e rende malleabile la pelle invecchiata nei giorni di peccato (cf. Dn 13,52) e indurita dai peccati, vale a dire la coscienza del peccatore; o anche unge l’atleta di Cristo e lo consacra al combattimento contro le potenze dell’aria (diaboliche) che devono essere debellate.
Per questo troviamo nel terzo libro dei Re che Sadoc unse Salomone a Gihon (cf. 3Re 1,45). Sadoc s’interpreta “giusto”, e simboleggia il predicatore che in qualità di sacerdote offre il sacrificio di giustizia sull’altare della passione del Signore. Egli unse Salomone, che s’interpreta “pacifico”, a Gihon, che significa “lotta”; infatti il predicatore con l’olio della predicazione deve ungere il peccatore convertito per renderlo idoneo alla lotta, affinché non ceda alle suggestioni diaboliche, calpesti le lusinghe della carne e disprezzi il mondo ingannatore.
L’olio inoltre illumina, perché la predicazione illumina l’occhio della ragione, affinché diventi capace di vedere il raggio del vero sole. E allora, nel nome di Cristo io prenderò l’ampolla di questo santo vangelo, e da essa verserò l’olio della predicazione, con il quale si illuminino gli occhi di questo cieco, del quale è detto: “Un cieco sedeva lungo la via”.
[Sermone per la domenica di Quinquagesima]
* il Crisma: olio + balsamo
In un altro sermone, a conclusione di un’ampia spiegazione sull’essenza del balsamo e da dove si ricava, Antonio così conclude contemplando il crisma: balsamo mescolato con l’olio della misericordia.
Ecco dunque che con questo balsamo, mescolato all’olio della misericordia di Dio, si confeziona il crisma con il quale viene unto il giusto, che diventa così cristo (consacrato) e figlio di Davide, del quale appunto si dice nel vangelo di oggi: “Che ve ne pare del Cristo? Di chi è figlio? Gli rispondono: Di Davide”. Il vero giusto, unto con il crisma confezionato con il balsamo e l’olio, è figlio di Davide. Davide s’interpreta “di mano forte”, o anche “di bell’aspetto” (cf. 1Re 16,12).
Il pugile che si accinge ad affrontare un avversario usa ungersi il capo di olio: così il giusto si unge con il balsamo mescolato a olio per aver forza nelle mani, cioè nelle opere e poter così debellare il nemico, il diavolo. In questo modo diventa quaggiù figlio di Davide, cioè figlio della fortezza, e diverrà poi, nella vita futura, figlio della gloria, e lì sarà bello di aspetto, perché potrà contemplare faccia a faccia colui, nel quale gli angeli desiderano tener fisso lo sguardo (cf. 1Pt 1,12).
[Sermone per la XVIII domenica dopo Pentecoste]
* l’olio simboleggia le opere di misericordia
Ancora Antonio nel Sermone per la festa dei Santi Innocenti ci aiuta a cogliere come l’olio simboleggi l’opera di misericordia.
Osserva che l’ulivo ha la radice amara, il legno durissimo e quasi indistruttibile, la foglia verde, il frutto gradevole. Anche il cristiano dev’essere amaro per la contrizione, fermo nel proposito, fedele alla parola, gradito nelle opere di misericordia. L’olio infatti simboleggia l’opera di misericordia. [Sermone per la festa dei santi Innocenti]
* Olio come speranza
Osservando poi la proprietà dell’olio di galleggiare sopra gli altri liquidi, ci invita a considerare la speranza: la speranza, infatti, guarda alle cose eterne, che sono sopra ogni bene transitorio.
(…) E considera ancora che l’olio galleggia su tutti i liquidi, e per questo simboleggia la speranza, che ha per oggetto le cose eterne, le quali sono al di sopra di ogni bene transitorio. Infatti si chiama speranza, in lat. spes, perché è il piede, in lat. pes, per camminare verso il Signore. Speranza è attesa dei beni futuri, ed essa esprime il sentimento dell’umiltà e un’attenta dedizione di sudditanza.
[Sermone per la domenica XXIII dopo Pentecoste]
Nello stesso sermone, poco dopo, Antonio osserva come l’olio serve per condire i cibi: così noi dobbiamo condire le nostre azioni col timore di Dio:
L’olio inoltre condisce i cibi, e anche noi dobbiamo condire con il timore di Dio tutto ciò che facciamo. Dice il salmo: “Servite il Signore nel timore” (Sal 2,11), e chi è in piedi stia attento a non cadere (cf. 1Cor 10,12). Affinché la sudditanza non sembri servile, aggiunge: “ed esultate”. Ma perché questa esultanza non sconfini nella temerarietà, aggiunge ancora: “con tremore” (Sal 2,11).
* l’olio, il Nome e le cinque proprietà dell’olio
Ed eccoci al Sermone per la Circoncisione del Signore. Ricordiamo come nel precedente nostro incontro, grazie all’amico Bernardo di Chiaravalle, muovendo da un versetto del Cantico dei Cantici (Olio sparso è il tuo Nome) abbiamo contemplato assieme la festa del Santissimo Nome di Gesù.
E qui, come Bernardo, Antonio farà riferimento allo stesso versetto del Cantico: Olio sparso è il tuo Nome, offrendoci una riflessione su cinque proprietà dell’olio=Nome. Riconosceremo anche qui, come nel precedente incontro, l’eco dell’inno Jesu dulcis memoria.
“E gli fu posto nome Gesù” (Lc 2,21). Nome dolce, nome soave, nome che conforta il peccatore, nome di beata speranza. Giubilo al cuore, melodia all’orecchio, miele alla bocca. Piena di giubilo, la sposa del Cantico dei Cantici dice di questo nome: “Olio sparso è il tuo nome” [Profumo olezzante è il tuo nome] (Ct 1,2).
Osserva che l’olio ha cinque proprietà:
– galleggia sopra tutti i liquidi;
– rende cedevoli le cose dure,
– tempera quelle acerbe, illumina le oscure,
– sazia il corpo.
Così anche il nome di Gesù, per la sua grandezza è al di sopra di tutti i nomi degli uomini e degli angeli, perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si piega (cf. Fil 2,10).
Quando lo proclami intenerisce i cuori più duri; se lo invochi tempera le tentazioni più aspre; se lo pensi illumina il cuore, se lo leggi sazia il tuo spirito.
E fa’ attenzione che questo nome di Gesù non è detto soltanto “olio”, ma olio “sparso”. Da chi? E dove? Dal cuore del Padre, nel cielo, sulla terra e nell’inferno. In cielo per l’esultanza degli angeli, che perciò acclamano esultanti: “Salvezza al nostro Dio, seduto sul trono, e all’Agnello” (Ap 7,10), cioè a Gesù, che è chiamato “Salvezza, Salvatore”; sulla terra per la consolazione dei peccatori: “Al tuo nome e al tuo ricordo si volge tutto il nostro desiderio. Di notte anela a te l’anima mia” (Is 26,8-9); nell’inferno per la liberazione dei prigionieri, infatti si dice che, prostrati alle sue ginocchia, abbiano gridato: “Sei venuto finalmente, o nostro Redentore!” (Breviario Romano, antico Ufficio dei defunti).
[Sermone per la festa della Circoncisione]
* olio come luminosità e gioia dell’anima
Nel sermone per la festa dei santi apostoli Filippo e Giacomo, a un certo punto – muovendo dal passo di Genesi che descrive Rachele come “bella di volto e avvenente d’aspetto” (Gen 29,17) – contempla nello splendore dell’olio la luminosità dell’anima.
«Questi sono i due figli». Leggiamo nella Genesi: «Voi – disse Giacobbe – sapete che due figli mi ha procreato mia moglie» Rachele (Gn 44,27) […]
“Questi sono dunque i due figli”. Di chi sono figli? “Dello splendore dell’olio”. Ecco “Rachele, bella di volto e avvenente di aspetto” (Gn 29,17). Ecco lo splendore dell’olio, cioè la luminosità dell’anima, la gioia della coscienza che, come l’olio, galleggia al di sopra di ogni liquido, vale a dire al di sopra di ogni gioia temporale.
* Contemplazione e opere di misericordia
Quindi Antonio ci riporta al contesto di Esodo, quando Dio ordina a Mosè di comandare agli Israeliti che portino olio per alimentare la fiamma perenne del tempio. Antonio unisce in modo stupendo «contemplazione e opere di misericordia». I figli di Israele che portano olive, infatti, sono i contemplativi che portano la gioia dell’anima. E le olive sono… le opere di misericordia.
Il Signore ordinò a Mosè: “Comanda ai figli d’Israele che ti portino olio di olive, purissimo e limpido per alimentare in continuazione le lampade, fuori del velo della tenda della testimonianza” (Lv 24,2-3). I figli d’Israele sono i giusti e i contemplativi che portano l’olio, cioè la gioia della coscienza, purissima nei riguardi di se stessi, e limpida nei riguardi del prossimo; e l’olio non è prodotto dalle noci, cioè dalle frivolezze del mondo o della carne, ma dalle olive, cioè dalle opere di misericordia. E con questo olio alimentano, cioè formano e governano “in continuazione le lampade”, vale a dire i sensi del loro corpo, “che sono fuori del velo della tenda della testimonianza”, di cui dice l’Apostolo: “La nostra gloria è questa: la testimonianza della nostra coscienza” (2Cor 1,12). Il velo simboleggia il segreto della mente che dobbiamo porre tra noi e il prossimo, il quale non può vedere oltre il velo: è sufficiente che possa vedere le lampade bene alimentate, affinché dalle stesse sia illuminato il sommo sacerdote Gesù, al quale ogni cuore è aperto, e che entra ed esce dal velo, perché egli penetra nei cuori e nei loro segreti.
[Sermone per la festa dei santi apostoli Filippo e Giacomo]

La Parola di Esodo ci ha donato di entusiasmarci al tema dell’olio, conducendoci per diversi incontri. A conclusione di questa escursione, vogliamo ricordare ancora questo nostro versetto dal Cantico dei Cantici: olio sparso è il tuo Nome.
Olio sparso è il tuo Nome. L’amico Renato osserva come il Cantico dice “sparso”, non “perduto”. Sparso, offerto in sacrificio. E noi è come se fossimo inondati, immersi dentro questa corrente di olio che è la Misericordia. Come la casa di Betania riempita del profumo uscito dal vaso di alabastro.
Dopo il Nome, e insieme al Nome, l’amica Paola ci invita allora a contemplare anche il Sangue di Cristo offerto in sacrificio per noi. E l’olio – lei osserva – ha anche un’altra proprietà che fin qui non abbiamo considerato, quella di conservare.
Che bello! Pensiamo: ognuno di noi è pensato, amato, conservato fin dall’inizio. Questo Olio santo ci conserva nel cammino e esodo della nostra vita. Siamo conservati nel suo amore, nella sua immagine, nella quale siamo stati creati. Nulla ci può turbare. Siamo dentro questa corrente che è amore, misericordia. Dentro questa casa divenuta tutta un profumo, il profumo dei quattro Vangeli.
Olio sparso (!) è il tuo Nome.