In ascolto di Esodo

Alle Sorgenti della Salvezza

In ascolto di Esodo – (Es 29,4) – Settembre 2025

a cura di Gianmartino Maria Durighello e Gruppo Esodo, Piccoli amici di Maria Maddalena

Carissimi amici,

nell’ultimo nostro incontro di questa primavera (Fiumi di acqua viva) abbiamo iniziato la meditazione della Parola di Esodo sul rito di purificazione, vestizione e unzione dei sacerdoti (Es 29,4-9) soffermandoci in particolare sul tema dell’ «acqua». https://psallite.net/wp/2025/06/20/fiumi-dacqua-viva-prima-parte/

Abbiamo considerato come questa purificazione doveva essere un bagno rituale, ossia una immersione totale del corpo in un miqwéh, una raccolta di acqua viva (di un fiume, di un torrente…).

Partendo da un commento rabbinico che (giocando sulle parole) legge il passo di Geremia “Il Signore è la speranza di Israele” (Ger 13,17) come “Il Signore è il miqwéh di Israele”, abbiano contemplato Cristo come nostro miqwéh, e il Battesimo come nostra immersione in Lui, nostro pozzo d’acqua viva.

Abbiamo poi considerato l’ambivalenza simbolica dell’acqua, tra vita e morte, e come nella Bibbia l’acqua sia sorgente primaria di vita, ma anche mezzo di prova, di passaggio e di purificazione, e quindi di rinascita.

Attraverso il Battesimo le prerogative di Gesù, pozzo d’acqua viva, passano alla sua Sposa, la Chiesa. Così anche da noi, fatti un corpo solo e sacerdoti in Cristo, nel suo Battesimo, nella sua morte, sepoltura e risurrezione, potranno sgorgare fiumi di acqua viva per la salvezza del mondo.

La domanda di salvezza la possiamo contemplare come sete di amore. Una sete che ha due direzioni: dall’uomo a Dio e da Dio all’uomo. È l’uomo che ha sete di amore, di infinito, di Dio. Ma Dio stesso in Cristo ha sete… di noi.

Riprendiamo allora la nostra meditazione sul versetto che apre il rito di investitura dei sacerdoti, di Aronne e dei suoi figli, sostando ancora sul tema dell’acqua, alle sorgenti della Salvezza.

Farai avvicinare Aronne e i suoi figli all’ingresso della tenda del convegno e li laverai con acqua. [Es 29,4]

 * Acqua viva e sete di Dio

L’acqua viva è Dio stesso. E di quest’acqua che è Dio noi abbiamo sete:

Come la cerva anela
ai corsi d’acqua,
così l’anima mia anela
a te, o Dio.
L’anima mia ha sete di Dio,
del Dio vivente:
quando verrò e vedrò
il volto di Dio? [Sal 41,2-3]

La cerva – dice l’amica Paola – ha sete di Dio. Vuole cioè ricongiungersi a Lui. Tutti i salmi sono pervasi da questo desiderio di unirsi all’Amato. In tutta la nostra vita – come in un esodo – rincorriamo questo Amore che è dentro di noi.

Il salmo 62(63) canta questa nostra sete di Dio “in terra arida, assetata, senz’acqua”. Ci piace contemplare come la terra arida, senz’acqua sia un deserto. E il deserto il luogo dell’esodo. Nel cammino del deserto – ricordiamo – Israele è messo alla prova nella sete, a Mara, a Massa e Meriba. E qui impara la vera sete: la sete di Dio. Così la nostra vita è un esodo nel deserto e in quest’esodo aneliamo, desideriamo, abbiamo sete dell’acqua viva che è Dio.

O Dio, tu sei il mio Dio,
dall’aurora io ti cerco,
ha sete di te l’anima mia,
desidera te la mia carne
in terra arida, assetata, senz’acqua. [Sal 62,2]

La nostra sete. La sete – osserva l’amica Alessandra – è una cosa molto forte. Chi ha veramente sete… sta male. Ma noi abbiamo bisogno di questa sete. Questa sete ci garantisce la nostra autenticità. La sete brucia. È questa sete che brucia la condizione per poter davvero incontrare Cristo. Come terra deserta, arida, senz’acqua… ha sete di te l’anima mia, desidera te la mia carne.

L’acqua è fondamentale per una vera esperienza spirituale – continua Federico –  Essa è unione dell’uomo con Dio. È vita, è amore.

L’acqua unita al vino sia segno della nostra unione con Colui che ha voluto assumere la nostra natura umana. [Messale romano]

E davvero il nostro desiderio deve essere profondo come profonda è la spaccatura di una terra arida.

Meditiamo allora questo passo di Esodo, come attraverso una filigrana, con alcuni passi del Vangelo di Giovanni, su alcuni dei quali ci siamo già soffermati.

  1. L’incontro di Gesù con la samaritana al pozzo (Gv 4)
  2. Il discorso sui fiumi di acqua viva mentre Gesù sale a Gerusalemme per la festa delle capanne.
  3. Gesù in croce.

L’incontro con la donna samaritana. Gesù le dice:

Dammi da bere. [Gv 4,7]

E, più avanti:

Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!”, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva. (…)
chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna. [Gv 4,10-14]

Gesù per primo ha sete! Ha sete di noi. Ha sete di donarsi a noi come acqua viva. E noi, bevendo a quest’acqua viva che è Egli stesso, diventiamo (anche noi!) una sorgente d’acqua che zampilla.

La nostra sete nel deserto dell’esodo è sete di Lui. Tappa dopo tappa, con tutte le nostre infedeltà e cadute e mormorazioni, cresciamo nella coscienza che la nostra sete è sete di infinito, è sete di amore, è sete di Dio.

La Salita a Gerusalemme per la festa della Capanne. Quindi, come abbiamo visto, salendo a Gerusalemme per la festa delle capanne, Gesù ribadisce che in chi viene a Lui e beve dal suo grembo (se qualcuno ha sete, venga a me e beva!) sgorgheranno fiumi di acqua viva. E “questo egli disse dello Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui”. [Gv 7,37-39]. È bello ricordare che la festa delle capanne, insieme al ringraziare per il raccolto di fine stagione, è celebrazione dell’Alleanza, della dedicazione dei Tempio e quindi della fine… dell’esodo!

In croce, alla fine del suo esodo, nell’ora profetizzata nell’incontro al pozzo di Samaria, quando tutto è compiuto, Gesù dice:

Ho sete! (Gv 19,28)

Quindi, dopo essere stato abbeverato di aceto, consegna lo Spirito (Gv 19,30) e dona dal pozzo del suo costato trafitto da una lancia sangue e acqua (Gv 19,34). Il primo segno compiuto da Gesù a Cana di Galilea – ci ricorda l’amico Francesco – quando in una festa di nozze muta l’acqua in vino ora si realizza. E si realizza come mistero nuziale.

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Insieme a questo trittico (pozzo di Samaria, festa della Capanne, Croce) ci viene spontaneo affiancare in parallelo un altro piccolo trittico, incentrato sulla figura di Nicodemo.

  1. Nicodemo che va da Gesù di notte
  2. Nicodemo che difende Gesù
  3. Nicodemo che depone il corpo di Gesù dalla croce nel sepolcro

Nicodemo era uomo della Legge, un fariseo, uno dei capi dei Giudei. Era un uomo assetato di Dio e attratto dall’acqua viva che è Gesù. Nel Vangelo incontriamo Nicodemo tre volte, e sempre in stretta relazione con gli episodi del trittico dell’acqua (Samaritana, Capanne, Croce).

  1. Gv 3, 1ss. La prima volta incontriamo Nicodèmo che va da Gesù di notte. Senz’altro per timore, per non farsi vedere. Ma la notte diventa anche un simbolo. Non è per lui ancora giorno. Eppure è convinto che Gesù “viene da Dio”. È il 3° capitolo del Vangelo di Giovanni, quello che precede il 4° capitolo con l’incontro di Gesù con la Samaritana. “Se uno non nasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio” – gli dice Gesù. E gli annuncia una “nascita dallo Spirito”. Fa poi riferimento al suo innalzamento, al suo donarsi sulla croce: “Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna”.
  1. Gv 7,1ss. La seconda volta incontriamo Nicodèmo proprio nell’episodio già citato della festa delle Capanne. I capi dei sacerdoti e i farisei condannano Gesù e Nicodèmo questa volta prende apertamente le sue difese, tanto da venire a sua volta attaccato e deriso:

Nicodèmo, che era andato precedentemente da Gesù, ed era uno di loro, disse: “La nostra Legge giudica forse un uomo prima di averlo ascoltato e di sapere ciò che fa?”. Gli risposero: “Sei forse anche tu della Galilea? Studia, e vedrai che dalla Galilea non sorge profeta!”.

  1. Gv 19. E incontriamo ancora Nicodemo nel compimento del mistero pasquale di Cristo. La narrazione ricorda che egli era andato da Gesù di notte, ed è strettamente collegata al momento in cui Gesù viene trafitto al costato da una lancia. E subito… ne uscì sangue ed acqua.

Uno dei soldati con una lancia gli colpì il fianco, e subito ne uscì sangue e acqua. (…)
Dopo questi fatti Giuseppe di Arimatea, che era discepolo di Gesù, ma di nascosto, per timore dei Giudei, chiese a Pilato di prendere il corpo di Gesù. Pilato lo concesse. Allora egli andò e prese il corpo di Gesù.  Vi andò anche Nicodèmo – quello che in precedenza era andato da lui di notte – e portò circa trenta chili di una mistura di mirra e di àloe.  Essi presero allora il corpo di Gesù e lo avvolsero con teli, insieme ad aromi, come usano fare i Giudei per preparare la sepoltura.

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I due piccoli trittici hanno questi elementi in comune:

  1. L’annuncio profetico della croce e del pozzo-costato di rinascita nell’acqua dello Spirito.
  2. La festa delle Capanne e la nostra conformazione piena al dono di Gesù.
  3. Il compimento del mistero pasquale di Gesù. La croce e il dono del suo spirito dal costato-pozzo trafitto.

Nella solenne liturgia della festa delle Capanne vengono letti due importanti scritti profetici.

Il primo da Ezechiele 47, nel quale il profeta parla della sorgente che scaturisce dal fianco del Tempio:

Mi condusse poi all’ingresso del tempio e vidi che sotto la soglia del tempio usciva acqua verso oriente, poiché la facciata del tempio era verso oriente. Quell’acqua scendeva sotto il lato destro del tempio, dalla parte meridionale dell’altare. [Ez 47,1]

Il secondo da Zaccaria 13. Il profeta annuncia lo zampillare in  Gerusalemme di una sorgente che avrebbe purificato Israele da ogni peccato.

In quel giorno vi sarà per la casa di Davide e per gli abitanti di Gerusalemme una sorgente zampillante per lavare il peccato e l’impurità. [Zc 13,1]

In entrambi i passi l’annuncio profetico raggiunge un tono universalistico: tutti le genti accorreranno e la benedizione sarà per tutti i popoli.

Soltanto a partire da questi testi proclamati nella solenne liturgia della festa delle Capanne e soltanto partendo dal contesto in cui Gesù si muove e parla possiamo comprendere la forza e lo “scandalo” delle sue parole. Egli applica a se stesso, al proprio corpo (e quindi a noi, in unità col suo corpo) quello che la Scrittura dice del tempio. Lui, il suo corpo è il tempio. Esplicita ancora quello che aveva annunciato alla donna samaritana che gli chiedeva dove si doveva adorare Dio, se sul monte di Gerusalemme o sul monte di Samaria. Ed egli annuncia un nuovo culto in spirito e verità.

Davvero – commenta l’amica Francesca – a differenza dei sinottici, il Vangelo di Giovanni in modo quasi criptico, più nascosto, ma estremamente forte rivela come Gesù compie la prima alleanza, come egli incarna ogni piccolo iota della Scrittura.

* Battesimo ed Eucaristia.
Questo tempio dal quale sgorga una sorgente per la salvezza di tutti i popoli è il corpo di Cristo.  La fonte e il culmine di questa acqua di salvezza si rivelano in pienezza nel mistero eucaristico.

Entrai in un giardino grandissimo tutto bello, e ameno, il quale vedevo essere dentro al costato di Jesu. [Maria Maddalena de’ Pazzi]

Il costato di Cristo è l’Hortus conclusus del Cantico dei Cantici. Ringrazio l’amica Anna che ci ha fatto conoscere una perla architettonica nella chiesa di san Martino ad Erice, in Sicilia. Il presbiterio, delimitato da balaustre, è realizzato come giardino chiuso, giardino nuziale, come rivela il cancelletto di accesso:

E, in Cristo, noi, Chiesa, suo corpo mistico, rigenerati nel suo Battesimo… chiamati ad essere miqwéh. Così anche noi, fatti uno in Cristo, siamo chiamati nello Spirito ad essere roccia di rifugio e di acqua viva, costato aperto, sorgente di salvezza:

Dio non vuole (…) che abbiamo altra roccia di rifugio che Lui solo, poiché non avrebbe detto: Io ho detto siete dèi e figli dell’Altissimo tutti (Sal 81,6). Vuole invece che ci lanciamo sugli alti monti dei suoi comandamenti, come cerve (Sal 103,18), assetati delle correnti vivificanti dello Spirito. [Niceta Stethatos]

Contempliamo la nostra sete, sete di Dio, sete di amore, sete di infinito. E insieme la sete che Dio ha di noi.

La sete è allora desiderio. L’etimologia della parola «desiderio» ci riconduce alle stelle (de sidera) e indica la nostra sete di stelle (mancanza, assenza di stelle) ma anche il nostro chiedere, rivolgerci alle stelle.

Ecco allora – come abbiamo visto (Sia fatta la tua volontà (il tuo desiderio) https://psallite.net/wp/2025/05/05/sia-fatta-la-tua-volonta-il-tuo-desiderio/ ) – che il desiderio coincide con la volontà di Dio per noi e la nostra volontà-desiderio abbracciata, fatta una con quella di Dio: vogliamo-desideriamo quello che Egli vuole-desidera.

Ancora un passaggio: questa sete-desiderio-volontà la cogliamo come «Amore».

Dio è amore e la sua volontà-desiderio-sete per noi è che noi diventiamo (una sola cosa in Lui) Amore.

Il cammino del deserto-esodo della vita si allontana da questa meta, come sposa infedele, quando è preso dalla paura, dalla mormorazione, dal… pensiero di tornare in Egitto.

Il dono del sacerdozio e del culto della tenda, la dimora, ci mostra come in questo cammino di assetati Dio è con noi, assetato di noi. Possiamo dire col salmo:

Lungo il cammino si disseta al torrente. [Sal 109,7]

* Lungo il cammino si disseta al torrente.
Quante volte ho pregato questo salmo e… solo ora mi accorgo di questo versetto!? Cosa significa? Abbiamo cercato quindi nei commentari recenti, ma anche e soprattutto nei padri della tradizione ebraica e cristiana.

Indubbiamente e ancor più dei versetti che lo precedono – che mostrano un Dio forte, guerriero, vincitore sui nostri nemici – questo versetto ci mostra un Dio presente nella nostra storia. Un Dio – vorremmo dire – umano, che ha sposato la nostra sete e il nostro essere torrente che scorre. Su questa strada interpretativa si muovono i Padri.

Per Giovanni Crisostomo questo cammino è la via dell’umiltà abbracciata da Cristo. Il cammino, la via – dice Atanasio – è infatti la discesa del Cristo sulla terra. Ed ecco allora che Origene vede in questo torrente il calice della Passione.

Così, Girolamo commenta che il cammino, la via è la vita umana e il torrente la tempesta della vita. Egli – ci dice Girolamo – ha bevuto, si è dissetato a queste acque, ha preso il calice e l’ha riempito al torrente di questo mondo. E non lo beve in casa, ma in cammino. E anche noi – continua padre Girolamo – dobbiamo bere al torrente, come dice un altro salmo:

Se il Signore non fosse stato per noi (…)
le acque ci avrebbero travolti,
un torrente ci avrebbe sommersi. [cfr. Sal 123]

Ma noi abbiamo passato il torrente e siamo giunti al pozzo di acque vive. Anche Gregorio Magno, come Girolamo, contempla che il Cristo si è degnato di bere al torrente dei nostri dolori, ma non in una casa, bensì in cammino. Egli ha incontrato la morte, ma di passaggio. Ed è Pasqua.

Per ultimo, vogliamo soffermarci sul commento di Agostino d’Ippona:

Qual è il torrente? È il fluire della mortalità umana (…). Gli uomini nascono, vivono, muoiono e, mentre questi muoiono, altri ancora ne sorgono: essi si succedono in una serie ininterrotta di venute e di partenze, ma non rimangono per sempre. Che cosa è stabile quaggiù? C’è cosa che non scorra e non vada, come onda raccolta dalla pioggia, verso l’abisso? (…).
È da questo torrente che Cristo ha bevuto: egli non ha disdegnato di bere da questo torrente! Per lui il bere da questo torrente ha significato, in effetti, nascere e morire.
Questo torrente, dunque, porta con sé la nascita e la morte: questo ha assunto Cristo, che è nato ed è morto, e in tal modo ha bevuto “al torrente lungo la via”. [Agostino d’Ippona]

Commentando questo passo di Agostino, Ludwig Monti continua:

Ecco lo stile, la forza con cui Gesù Cristo ha vissuto ogni suo giorno, fino alla fine. Come non offrirsi volontari a questo Signore delle nostre vite? Come non voler nascere, morire, risorgere, cioè regnare, insieme a Lui? [L. Monti, I Salmi: preghiera e vita, ed. Qiqajon]

Gesù ha sete di noi. L’amico Domenico osserva che il salmo parla di un torrente, non di un fiume. Un torrente, rispetto al fiume, ha uno scorrere più mutevole, in base agli eventi e alle stagioni. Può più facilmente conoscere momenti di piena e di secca. Gesù ha sete noi, con tutti i nostri alti e bassi. Il torrente a cui beve ha tutta la concretezza del nostro essere umano. Ha sete di noi!

Infatti – continua l’amico Renato – l’incontro con Cristo non può essere un incontro a puro livello intellettuale. Il Corpo! Mi unisco al corpo di Cristo nella misura in cui assumo in me il suo “dono”! Nella misura in cui divento anch’io dono, sorgente di acqua viva.

Abbracciàti sempre a Gesù, nostro miqwéh. Perché – dice ancora Renato – se non abbiamo il pozzo, se non abbiamo l’acqua di Cristo, siamo morti. La città di Dio o si costruisce attorno a questo pozzo o muore.

È Dio stesso che ha infuso in noi la sete, il desiderio di Lui, creandoci a sua immagine e chiamati ad essere in pienezza questa sua immagine.

Mi hai infuso il desiderio di Te. Contempla Guglielmo di Saint-Thierry.

Mentre contemplo e bramo vedere almeno le terga di Te che mi vedi, io scorgo passare l’umiltà stessa, cioè il mistero dell’umanità di Cristo, tuo Figlio. (…)
Ho l’assoluta certezza di avere, in virtù della Tua grazia, in tutto il mio cuore e in tutta la mia anima, il desiderio del tuo desiderio e l’amore del Tuo amore.
Per opera Tua, sono giunto fino al punto di desiderare di desiderarti e di amare di amarti. (…)
Perciò desidero amarti e amo desiderarti. [Guglielmo di Saint-Thierry]

Noi viviamo nella sete di Dio. E la vita di Dio è sete di noi. L’amica Roberta osserva questo fatto, che può apparire strano: noi abbiamo sete, ma… se beviamo alla sua fonte… abbiamo ancora sete di Lui. Com’è questa storia!? È la logica dell’amore. Chi ama, più ama e più desidera amare. Siamo dissetati e insieme aumenta in noi il desiderio di quell’acqua, che è vita, amore.

Federico, contemplando ancora l’eternità di questa relazione tra l’uomo e Dio, ci ricorda cosa dice Qoelet:

Tutti i fiumi scorrono verso il mare,
eppure il mare non è mai pieno:
al luogo dove i fiumi scorrono,
continuano a scorrere. [Qo 1,7]

L’acqua del mare, continua Federico, fa ritorno ai fiumi in modo misterioso, stupendo. Questo ancora ci spinge a non fermarci, a non fermarci mai.

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La sete di Gesù. Contemplando ancora la sete di Gesù come si mostra sulla croce, pensiamo a come questa sete ha chiamato alla fonte della vita nuova in modo particolare alcuni nostri amici, i santi. Tra tutti vogliamo ricordare Teresina di Lisieux e Teresa di Calcutta.

La contemplazione della sete di Gesù in croce porta Teresa di Lisieux a scoprire e vivere la sua vocazione nella carità, risvegliando in lei la “sete delle anime”, e offrirà tutta la propria vita nella preghiera per la salvezza delle anime. Teresina stessa racconta in Storia di un’anima come il Signore la fece un “pescatore d’anime”. Guardando una immagine di Gesù in croce fu colpita in modo nuovo e forte dal sangue che cadeva da una delle sue mani senza che nessuno lo raccogliesse… e poi, il grido di Gesù:

Il grido di Gesù sulla croce mi riecheggiava continuamente nel cuore: «Ho sete!». Queste parole accendevano in me un ardore sconosciuto e vivissimo. Volevo dar da bere al mio Amato e io stessa mi sentivo divorata dalla sete delle anime. [Teresa di Lisieux]

Dopo aver ottenuto un segno certo della sua chiamata a pregare per i peccatori e per la salvezza delle anime (aveva pregato per un condannato a morte e aveva poi letto che prima della esecuzione capitale questi non solo si era confessato, ma aveva afferrato un crocifisso dalle mani del sacerdote baciandone per tre volte le piaghe. Egli fu il suo “primo figlio”):

Non era forse davanti alle piaghe di Gesù, vedendo colare il suo sangue divino, che la sete delle anime era entrata nel mio cuore?
Volevo dar loro da bere quel sangue immacolato che avrebbe purificato le loro macchie, e le labbra del “mio primo figlio” andarono a incollarsi sulle piaghe sante!!! (…)
Ah, dopo quella grazia unica, il mio desiderio di salvare le anime crebbe ogni giorno! Mi sembrava di udire Gesù che mi diceva come alla samaritana: «Dammi da bere!».

Teresina conclude il racconto di questa sua fondamentale esperienza con parole che ci richiamano quanto abbiamo poco sopra meditato: ho sete, bevo, e più mi disseto più ancora desidero bere a quest’acqua…

Era un vero e proprio scambio d’amore: alle anime davo il sangue di Gesù, a Gesù offrivo quelle stesse anime (…). Così mi sembrava di dissetarlo, e più gli davo da bere più la sete della mia piccola anima aumentava, ed era questa stessa sete ardente che Egli mi dava come la più deliziosa bevanda del suo amore.

La stessa carità di Cristo muove Teresa di Calcutta alla sua “seconda chiamata”. Era ancora bambina quando nella chiesa del Sacro Cuore a Skopje sentì Gesù che le chiedeva:

“Gonxha, tu vuoi bere al mio calice? Fino all’ultima goccia?” [Madre Teresa, Sii la mia luce, a cura di Brian Kolodiejchuk]

Anjëzë Gonxha Bojaxhiu rispose al Signore che la chiamava entrando nella congregazione delle suore di Loreto con il nome di Teresa, nome che aveva assunto ispirandosi proprio a santa Teresa di Lisieux.

Teresa, inviata in India, si trova sul treno che da Calcutta porta nel Darjeeling. Qui avviene quella che lei stessa chiama la sua «Seconda chiamata». Sentì ancora Gesù che le diceva: I thirst! Ho sete!

Fu in questo Giorno del 1946, sul treno per Darjeeling, che Dio mi diede la «chiamata nella chiamata» per saziare la sete di Gesù servendoLo nei più poveri dei poveri.
Ancora, alle sorelle dirà:
è lì dove le Missionarie della Carità hanno avuto inizio, nelle profondità dell’infinito, ardente desiderio di Dio di amare e di essere amato.
E, commentando le Costituzioni delle Missionarie della Carità:
«Ho sete» disse Gesù sulla Croce, quando Lui era privato di ogni consolazione, morendo in assoluta povertà, lasciato solo, disprezzato e spezzato in corpo e in anima. Egli parlava della Sua sete, non di acqua, ma di amore, di sacrificio.
Gesù è Dio: pertanto il Suo amore, la Sua sete sono infiniti. Il nostro fine è quello di saziare questa sete infinita di Dio fatto uomo.

Finché non scopriremo questa infinita sete di Gesù per noi – continua Teresa parlando alle Sorelle Missionarie della Carità (ma sono parole che sentiamo rivolte a noi, a ognuno di noi) non potremo sapere chi Gesù vuole essere per noi, o chi Lui vuole che noi siamo per Lui:

Gesù (…) non solo vi ama, molto di più: Lui ha un desiderio ardente di voi. (…) Ha sete di voi. (…)
Perché Gesù dice: «Ho sete»? Cosa significa? È così difficile spegarlo a parole (…). «Ho sete» è qualcosa di molto più profondo, per Gesù, che dire semplicemente «Io ti amo». Fino a quando non saprete nel profondo che Gesù ha sete di voi,  non potrete cominciare a sapere chi Lui vuole essere per voi. O chi Lui vuole che voi siate per Lui.

In questo cammino, in questo nostro offrirci in Lui, viviamo forti della promessa: Attingerete acque con gioia alle sorgenti della Salvezza (Is 12,39)