Fuori delle mura del tempio (secondaparte). L’offerta del giovenco in sacrificio di espiazione per il peccato
In ascolto di Esodo – (Es 29,10-14) – Pasqua 2026
a cura di fratel Gianmartino Maria Durighello e Gruppo Esodo, Piccoli amici di Maria Maddalena

Carissime amiche e carissimi amici,
un breve richiamo al nostro contesto, per chi non avesse potuto seguirci nel precedente incontro (https://psallite.net/wp/2026/03/03/un-sacrificio-non-di-morte-ma-di-vita-prima-parte-lofferta-del-giovenco-in-sacrificio-di-espiazione-per-il-peccato/)
Abbiamo iniziato la lettura e meditazione di Esodo 29,10-14 che descrive i 3 sacrifici previsti per il rito di investitura dei sacerdoti. Tre sacrifici che costituiscono una unitaria spirale (espiazione, offerta e comunione) che esprime il profondo anelito dell’uomo alla comunione piena con Dio, e nella quale possiamo vedere in germe alcuni aspetti fondamentali della struttura della Messa cristiana.
Ci siamo quindi soffermati sul primo sacrificio, il sacrificio di un giovenco in espiazione per il peccato. Il sangue della vittima viene versato sui quattro corni dell’altare e il grasso bruciato in sacrificio. Le parti restanti (la carne, la pelle e gli escrementi) vengono bruciate fuori delle mura della città.
Abbiamo considerato come nella tradizione universale all’origine dei sacrifici doveva stare lo stupore di fronte alla Vita e la domanda di Senso insita nell’uomo.
In particolare poi, considerando il fatto che una parte della vittima viene bruciata fuori dell’accampamento, abbiamo contemplato il sacrificio di Cristo, immolato… fuori della città.
Continuiamo da qui la nostra meditazione.
* Una morte… per la vita!?
Ma ancora non possiamo non chiederci perché – ci stimola Francesca – questo sacrificio/offerta per il peccato debba passare attraverso una morte (di un primogenito, di un animale, fino a quella del… Figlio di Dio!).
Una prima riflessione ci porta a considerare come oggi di fronte a parole come sacrificio, offerta, olocausto, siamo presi da un significato immediato (quello appunto di rinuncia, di morte, fino allo sterminio dell’olocausto…) che può anche mettere in ombra il significato primo, originario al quale vogliamo risalire.
Certamente dicendo “sacrificio” pensiamo a una rinuncia. Anche nell’ordinarietà della vita quotidiana: sacrifico un oggetto, sacrifico del tempo… sacrifico parte di me. E, nel rito, sacrifico una vita umana, un animale, una primizia, togliendola alla mia bocca…
È importante, dicevamo, cercare di risalire al significato primo di queste parole, nel quale anche gli altri significati trovano luce e completezza.
«Sacrificio» deriva da sacrum + facere e indica una azione sacra che ha come fine l’entrare in comunione con il sacro, con Dio. Spesso tale azione è compiuta attraverso una offerta “sacrificale” in un’ottica di “scambio”: io ti offro… tu dammi… Io offro un bene materiale per avere un dono spirituale, divino. E appunto è talmente forte e irrinunciabile questa domanda che l’offerta deve essere pura, integra, bella, fino ad arrivare a offrire la vita stessa, nella morte della vittima (umana o animale) o in un’altra offerta che simbolizzi l’offerta della vita.
Da una morte reale a una morte rappresentata nei simboli offerti. Una morte spirituale. Ma è sempre… una morte!
La morte – osserva Francesco – c’è, ma nella sua dimensione di passaggio, di passaggio al trascendente. La morte non come fine di una vita, ma come parte fondamentale di noi, della nostra vita.
Il cuore del sacrificio è allora cercare il rapporto con il trascendente, con Dio.
In questo senso, continua Renato, anche l’offerta (cruenta o no) è riconoscimento che la vita ci è donata. Nei simboli che presentiamo all’altare offriamo noi stessi: la vita che ci è donata. E questo comporta un morire: un morire a noi stessi.
È importante cogliere all’origine il nascere e il coltivarsi nell’uomo del sentimento di creaturalità, di percepirci creatura di fronte a un Dio creatore.
Nella Bibbia incontriamo racconti di sacrifici fin dalla Genesi, con i patriarchi. Le attestazioni storicamente più attendibili però risalgono all’epoca dei Giudici (Gdc 6,26; 11,31; 13,15.20). Inizialmente i sacrifici del popolo di Israele non dovevano essere esenti da influenze di riti dei popoli circostanti, soprattutto cananei. La definizione formale del rituale risale al periodo post-esilico. La tradizione di Levitico al II Tempio.
Accogliamo per ora questo dato: sacrificare una vita!? Per quanto questo oggi ci possa anche indignare, apparire barbaro, incivile… Vedremo come con il sacrificio del Figlio di Dio i vecchi sacrifici siano finiti e noi siamo chiamati a un nuovo sacrificio: è l’offerta del cuore, delle labbra, della vita… vissuta.
* Un sacrificio di espiazione per il peccato.
E qui trova il senso più pieno – crediamo – anche il concetto di espiazione per il peccato. Non tanto in senso morale, ma prima di tutto il percepirsi da parte dell’uomo nella sua condizione di creatura (piccola, fragile, imperfetta) ed anelare a Dio, mia origine e mio compimento.
Quanto è importante e bello allora non perdere il senso del peccato, il quale ci permette di mantenerci nella giusta dimensione.
Ancora non possiamo non considerare quanto più volte contempliamo con sempre rinnovato stupore: davvero comprendiamo come in Cristo tutte queste cose trovano il loro compimento, la loro pienezza, acquistano il vero senso. Ed è per questo che per i cristiani queste cose, i misteri del primo testamento, acquistano valore di figura, di prefigurazione di una verità svelata e compiuta nel mistero di Cristo.
* la morte in sacrificio del… Figlio di Dio! Non un altro sacrificio, ma il compimento e la fine dei vecchi sacrifici.
Alla luce del Primo Testamento comprendiamo quindi il sacrificio di Gesù.
Qui non si tratta soltanto di un “placare l’ira di Dio” – osserva Francesca – perché il Figlio muore realmente, deve morire, si offre in sacrificio.
Ancora la morte. E questa volta la morte… di Dio! Perché noi crediamo che in Gesù è Dio che si è fatto carne per prendere su di sé la nostra stessa morte.
Che significa allora questa morte? E che tipo di sacrificio è questo? Prende la forma dal sacrificio del Primo Testamento, lo porta a compimento, ma soprattutto gli dà un senso nuovo. È infatti un sacrificio di vita, non di morte.
Renato allora riprende la dimensione del “fuori dell’accampamento”. È dal di fuori – ci dice – che viene la salvezza. È da fuori del mondo che si rinnova il mondo.
È dal… sacrificio di sé, dall’offerta di sé… dal reietto, dal rifiutato… che viene la dignità e la vita. Il compimento, la pienezza, la vita si raggiunge attraverso l’offerta di sé.
Ci vengono in mente le parole di Gesù:
Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà. [Mc 8,34-35]
Ma nel sacrificio e nella morte di Cristo “fuori delle mura della città” ogni morte sacrificale è compiuta e superata. Il culto in spirito e verità annunciato alla samaritana (cfr. Gv 4) vuole non un sacrificio di morte, ma di vita! Un sacrificio del cuore, delle labbra e della vita.
* Il nuovo sacrificio: sacrificium laudis, hostiam laudis
Già nei salmi e nei profeti – ci ricorda Francesco – si prepara un sacrificio nuovo, un sacrificio del cuore. Cosicché dopo Cristo non hanno più senso gli altri sacrifici. Il suo sacrificio tutti li assume.
Sacrificio e offerta non gradisci,
gli orecchi mi hai aperto,
non hai chiesto olocausto né sacrificio per il peccato.
Allora ho detto: “Ecco, io vengo.
Nel rotolo del libro su di me è scritto
di fare la tua volontà:
mio Dio, questo io desidero;
la tua legge è nel mio intimo”. [Sal 39,7-9]Chi offre la lode in sacrificio, questi mi onora;
a chi cammina per la retta via
mostrerò la salvezza di Dio. [Sal 49,23]Tu non gradisci il sacrificio;
se offro olocausti, tu non li accetti.
Uno spirito contrito è sacrificio a Dio;
un cuore contrito e affranto tu, o Dio, non disprezzi. [Sal 50,18-19]Ringrazino il Signore per il suo amore,
per le sue meraviglie a favore degli uomini.
Offrano a lui sacrifici di ringraziamento,
narrino le sue opere con canti di gioia. [Sal 106,21-22]A te offrirò un sacrificio di ringraziamento
e invocherò il nome del Signore. [Sal 115,8]tibi sacrificabo hostiam laudis
et nomen Domini invocabo
* Nel mondo, ma non del mondo
Ci proponiamo di ritornare, nel prossimo nostro incontro, sul significato di parole come sacrificio, offerta, olocausto (e anche ostia…) dando pienezza al significato immediato che oggi cogliamo alla luce del loro significato originario, che è all’origine di ogni significato e gli dà il senso più vero.
Vorremmo anche meditare ancora il mistero di un Dio che accetta la logica di scambio del sacrificio offrendo sull’altare del mondo la vita del proprio Figlio.
In conclusione dell’incontro odierno ci piace riprendere un passo dal libro Nomadi di Dio di Albert Lassus che già avevamo meditato in un precedente incontro qualche anno fa (La solitudine in Dio). Cfr. https://psallite.net/wp/2021/06/10/la-solitudine-in-dio/
La monaca è dunque questa donna che se ne è andata portando nel proprio ventre l’umanità e la creazione tutta (…)
È per loro, cioè al posto loro e in loro favore, che la monaca continua la lotta di Cristo (…) È per loro che è un’esiliata, una straniera che giorno dopo giorno lascia il mondo e va al Padre portandoli nel proprio respiro e nella propria libertà, lei che non ha sguardi che per il cielo. (…)
Se ne va nel deserto per partorire al mondo di Dio, “fuori delle porte della città”, l’universo intero di cui, in Gesù Cristo, è diventata la regina, il sacerdote e la madre. [Louis Albert Lassus]
Albert Lassus parla della monaca. Il capitolo da cui abbiamo estratto questo passo è intitolato infatti La monaca e l’Agnello, a indicare la comunione della monaca con il sacrificio di Cristo “fuori delle porte della città”.
Qui vorremmo considerare – riprendendo dalla spiritualità ortodossa il concetto di «monachesimo interiorizzato», così splendidamente presentato da Pavel Evdokimov (cfr. P. Evodkimov, Il monachesimo interiorizzato) – come ognuno di noi, ogni battezzato, è chiamato a offrire la propria vita in Cristo, nella quotidianità del proprio esodo terreno, “fuori delle porte della città”. È il nostro esodo quotidiano, per ognuno di noi, questo unirci in Cristo Agnello immolato. Nella quotidianità del nostro vivere nel mondo. Un sacrificio del cuore, delle labbra, della vita. Nel mondo, ma… fuori delle porte della città. (cfr Gv 15,8ss). Nel mondo, ma non del mondo.
Proprio da questo testo di Evdokimov (uno splendido libretto di neppure cinquanta pagine, da leggere!) l’amica Anna ci propone un estratto, con il quale concludiamo questo nostro incontro:
(…) I laici formano un ambiente ecclesiale che è allo stesso tempo Mondo e Chiesa. Attraverso la loro presenza attiva nel mondo, i laici, questi «esseri santificati», questi «sacerdoti» nella loro sostanza (sacerdozio ontologico dei laici), queste «dimore trinitarie», fanno della loro vita una continua liturgia fuori delle mura del tempio.
Il loro luogo d’abitazione e di lavoro acquista il valore di una «chiesa domestica». Essi possono così mettere su ogni cosa il nome di Gesù, sigillo di una doxologia incessante.
[P. Evdokimov, Il monachesimo interiorizzato]