Liturgia&Musica

XXX Domenica del Tempo Ordinario/A

di Massimo Palombella

Achille Mazzotti, Gesù tra gli scribi e i farisei, 1844 (Accademia Nazionale di San Luca, Roma)

Nel Vangelo di oggi (Mt 22,34-40) Gesù mette in connessione tre grandi dimensioni della nostra vita: l’amore a Dio, l’amore al prossimo e l’amore verso se stessi. Il testo greco è particolarmente significativo: Gesù utilizza per due volte lo stesso verbo, ἀγαπήσεις (agapéseis), «amerai», e, parlando dell’amore al prossimo, aggiunge ὡς σεαυτόν (hōs seautón), «come te stesso». Non si tratta di tre comandamenti, ma di due comandamenti che coinvolgono tre dimensioni inseparabili della nostra esistenza. Anzi, Gesù afferma che il secondo comandamento è ὁμοία αὐτῇ (homoía autēi), «simile al primo»: l’amore al prossimo non è qualcosa che si aggiunge semplicemente all’amore a Dio, ma ne costituisce una dimensione essenziale.

Infatti, se il Dio che dico di amare, al quale mi affido, non mi conduce lentamente alla verità di me, a fare concrete scelte in relazione a ciò che è davvero il “bene” per me – e conseguentemente ad un vero amore verso chi mi sta accanto – forse il Dio che mi sono costruito non esiste, è un’illusione, è una sorta di “anestetico” per non vivere nella realtà.

Amare se stessi, nella linea indicata da Gesù, è un lento cammino che mi conduce alla verità di me, ad accettarmi, a trasformare in risorse le mie debolezze, a saper perdonare, a sciogliere atteggiamenti interiori che hanno la sola finalità di tenermi lontano dalla realtà, costringendomi, silenziosamente, ad avere come unico criterio delle mie scelte la paura. E più divengo capace di riconoscere e gestire la mia paura (di fallire, di cosa pensano gli altri, di avere problemi, di rimanere solo, della mia immagine…), più mi abilito a voler davvero bene ai miei figli, a mio marito, a mia moglie, alle persone che mi sono affidate… al mio prossimo. Perché non posso davvero amare l’altro se il rapporto con me stesso è continuamente condizionato dalla paura, dalla necessità di difendermi, dal bisogno di essere riconosciuto e approvato.

Nella vita interiore, spirituale, come in quella professionale, se non siamo “esagerati” siamo immediatamente dei mediocri. È interessante che Gesù, parlando dell’amore a Dio, ripeta per tre volte l’espressione greca ἐν ὅλῃ (en hólēi), «con tutta»: con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente. È la totalità della persona ad essere coinvolta, senza riserve, senza comode zone nelle quali rifugiarsi per evitare la fatica di vivere. L’amore, quando è vero, non può essere mediocre, non può limitarsi a ciò che non mi disturba, non mi mette in discussione, non mi costringe a cambiare.

Esiste allora un “circolo virtuoso” tra Dio, me stesso e il mio prossimo, una forte e vincente intercomunicazione che però, spesso, siamo tentati di interrompere perché la “realtà” è dolorosa, tocca le mie paure, mi mette in un angolo… Non a caso, Gesù conclude affermando che da questi due comandamenti κρέμαται (krématai), «dipende», letteralmente «sta sospesa», tutta la Legge insieme ai Profeti. È un’affermazione radicale: la qualità della mia relazione con Dio non può essere separata dalla verità della mia vita e dalla qualità delle mie relazioni.

Preferiamo allora, per non sentire male, intraprendere la via del “buonismo”, del superficiale “vogliamoci bene”, dell’“avere buone relazioni con tutti”, del “non esagerare”… a scapito della verità, della vera crescita, di reali e doverosi processi educativi, di basilari principi etici, della qualità professionale…

E forse il Vangelo di oggi ci pone proprio davanti a questa domanda: quanto di ciò che chiamo “amore” è realmente amore e quanto, invece, è soltanto un modo elegante per non affrontare la realtà, per non assumermi le mie responsabilità, per non cambiare?

L’antifona di ingresso, l’Introito della celebrazione odierna è tratto dal Salmo 104 (Sal 104, 3. 4) con il seguente testo:

Laetetur cor quaerentium Dominum.
Quaerite Dominum et confirmamini; quaerite faciem eius semper.

(Si rallegri il cuore di chi cerca il Signore.
Cercate il Signore e siate forti, cercate sempre il suo volto).

La musica allegata, in Canto Gregoriano, è tratta dal Graduale Triplex pubblicato a Solesmes nel 1979. L’interpretazione è della Nova Schola Gregoriana diretta da Alberto Turco.

Buona domenica e un caro saluto.