XXIX Domenica del Tempo Ordinario/A
di Massimo Palombella

Basilica di Santa Maria del Carmine, Firenze)
Nel Vangelo di oggi (Mt 22,15-21) Gesù pronuncia la famosa affermazione: «Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio». Forse, però, siamo talmente abituati a questa frase da non accorgerci più della forza delle parole che Gesù utilizza.
Il verbo greco è ἀπόδοτε (apódote), da ἀποδίδωμι: non significa semplicemente «date», ma, più precisamente, «restituite». Restituite a Cesare ciò che gli appartiene e a Dio ciò che appartiene a Dio.
Certamente questa affermazione può essere letta in riferimento al rapporto tra la sfera civile e quella religiosa, tra lo Stato e la fede. Ma credo che, prima ancora, ci provochi molto più profondamente circa la realtà del Dio nel quale diciamo di credere.
Poco prima, infatti, Gesù prende in mano la moneta e domanda: τίνος ἡ εἰκὼν αὕτη καὶ ἡ ἐπιγραφή; (tínos hē eikṓn haútē kaì hē epigraphḗ?), «di chi è questa immagine e l’iscrizione?». La parola decisiva è εἰκών (eikṓn), «immagine». La moneta porta impressa l’immagine di Cesare e può dunque essere restituita a Cesare. Ma, sullo sfondo dell’intera Scrittura, l’essere umano porta in sé un’altra immagine: quella di Dio.
E allora la domanda diventa molto più seria: che cosa devo restituire a Dio? Non qualcosa. Non un settore della mia esistenza. Non qualche pratica religiosa. A Dio devo restituire me stesso, perché è la mia stessa umanità ad appartenergli.
Per questo la fede, il riferimento a Dio, implica necessariamente, come due facce di una stessa medaglia, l’attenzione alla nostra umanità. Se il Dio nel quale dico di credere non mi conduce a maturare, ad affrontare i problemi, a stare con le mie debolezze e ad accettarle; se non mi costringe a dirmi la verità e a smetterla di vivere nella menzogna; se non mi rende progressivamente più libero e più vero… forse quel Dio non esiste: è soltanto una mia costruzione, funzionale a vivere un’esistenza nella quale tutto rimane apparentemente «a posto».
La seconda lettura lo dice con un’espressione molto concreta. Paolo parla dell’ἔργον τῆς πίστεως (érgon tēs písteōs), dell’«opera della fede», e del κόπος τῆς ἀγάπης (kópos tēs agápēs), della «fatica dell’amore» (1Ts 1,3). La fede, dunque, ha un ἔργον, un’opera, produce qualcosa; e l’amore conosce il κόπος, la fatica. Nulla di astratto, nulla di rassicurante o di semplicemente consolatorio.
In sostanza, se la mia fede non mi conduce anche ad essere un professionista migliore, che studia, si aggiorna, mette in questione le sicurezze raggiunte, non si accontenta, ricerca una qualità sempre maggiore nel proprio lavoro; se non mi rende più responsabile nelle relazioni, più serio nelle scelte, più libero rispetto alle mie paure e alle mie compensazioni… forse questo tipo di «fede» serve soltanto a mantenermi dentro una sorta di bolla che mi protegge e mi distanzia dalla realtà. Mi illude di vivere mentre, se sono onesto, a malapena mi permette di sopravvivere.
Se il Dio nel quale credo è vero, è reale, allora necessariamente muove la mia vita. Non mi sottrae alla realtà, ma mi riconsegna ad essa. Non risolve magicamente i problemi, ma mi rende capace di attraversarli. Non elimina le mie fragilità, ma mi insegna a riconoscerle senza esserne prigioniero. Non mi dispensa dalla fatica di diventare adulto, ma mi conduce — non senza difficoltà, fatica e anche sofferenza — verso quella «vita in abbondanza» nella quale posso progressivamente diventare la persona che sono chiamato ad essere.
Tutti possiamo essere tentati, in tanti momenti della vita, di eliminare una delle due facce della medaglia. Possiamo consegnarci a un Dio che non esiste, costruito per proteggerci dalla realtà. Oppure possiamo convincerci che il nostro lavoro, la nostra professionalità, le cose che realizziamo, i risultati che raggiungiamo, i successi che collezioniamo siano sufficienti a riempire l’esistenza e a renderci davvero felici.
Il Vangelo di oggi sembra dirci che entrambe le strade sono insufficienti.
«Restituite a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio».
Forse la questione decisiva è proprio questa: imparare a riconoscere a chi appartiene ciò che abbiamo tra le mani. La moneta porta l’immagine di Cesare. Ma noi portiamo un’altra immagine.
E a Dio, alla fine, non possiamo restituire niente di meno che noi stessi.
L’antifona di ingresso, l’Introito della celebrazione odierna è tratto dal Salmo 16 (Sal 16, 6. 8) con il seguente testo:
Ego clamavi, quoniam exaudisti me, Deus: inclina aurem tuam, et exaudi verba mea:
custodi me, Domine, ut pupillam oculi: sub umbra alarum tuarum protege me.
(Io t’invoco, mio Dio: dammi risposta, rivolgi a me l’orecchio e ascolta la mia preghiera.
Custodiscimi, o Signore, come la pupilla degli occhi, proteggimi all’ombra delle tue ali).
La musica allegata, in Canto Gregoriano, è tratta dal Graduale Triplex pubblicato a Solesmes nel 1979.
La traccia musicale si trova su YouTube dove non ci sono indicazioni in relazione all’interpretazione.
Buona domenica e un caro saluto.