Con «Tutto» il Cuore. L’offerta in olocausto del primo ariete
In ascolto di Esodo – (Es 29,15-18) – Aprile 2026
a cura di fratel Gianmartino Maria Durighello e Gruppo Esodo, Piccoli amici di Maria Maddalena
Prenderai poi uno degli arieti; Aronne e i suoi figli poseranno le mani sulla sua testa. Immolerai l’ariete, ne raccoglierai il sangue e lo spargerai intorno all’altare. Dividerai in pezzi l’ariete, ne laverai le viscere e le zampe e le disporrai sui quarti e sulla testa. Allora farai bruciare sull’altare tutto l’ariete. È un olocausto in onore del Signore, un profumo gradito, un’offerta consumata dal fuoco in onore del Signore.

Carissimi amici,
stiamo meditando il capitolo di Esodo che riporta i tre sacrifici prescritti per il rito di investitura dei sacerdoti. Dopo il sacrificio di un giovenco in espiazione per il peccato, eccoci ora al secondo sacrificio, l’offerta in olocausto del primo ariete.
* sacrificio=sacrum facere.
Nei precedenti incontri abbiamo osservato come il significato immediato che diamo al termine “sacrificio” non renda in pienezza il significato primo e originario: sacrum facere. Sacrificare significa compiere un’azione che “fa sacro”, che mette in comunione la sfera umana con quella divina. In questa azione assume certamente importanza l’offerta sacrificale. Da qui il significato di “sacrificare” come rinunciare a qualcosa, in un’ottica di scambio.
* olocausto=bruciare interamente.
Come per il termine “sacrificio”, ancor più per “olocausto” conviene risalire al significato originale. Dire “olocausto”, infatti, ci può richiamare immediatamente lo sterminio degli Ebrei nei campi di concentramento. Difficile pensare a una offerta volontaria della propria vita per un sacrificio di salvezza.
Lo sterminio degli Ebrei (insieme ad altre categorie umane ritenute “indesiderabili” dai Nazisti) è chiamato anche in ebraico shoah (shoah wu meshoah = devastazione e desolazione, cfr. Sof 1,15; Gb 30,3). Ed è certamente non privo di significato che si sia voluto chiamare questo eccidio con un termine proprio del rituale sacrificale, olocausto appunto.
“Olocausto” deriva dal greco hòlos=tutto intero e kaio=brucio. Indica quindi all’origine un sacrificio nel quale l’offerta è bruciata “interamente”!
Nel nostro passo di Esodo viene quindi immolato il primo dei due arieti presentati all’inizio dei riti (cfr. Es 29,3) e il suo sangue sparso sull’altare. Il corpo dell’ariete viene fatto a pezzi e interamente bruciato sull’altare in olocausto come offerta gradita al Signore. È Israele che nell’ariete offre se stesso a Yhwh attraverso la mediazione dei sacerdoti.
Olocausto, quindi: un sacrificio come fuoco che consuma “interamente” la vittima offerta. Un sacrificio in cui tutto è dato, nulla trattenuto, e la materia si congiunge allo spirito, l’umano al divino.
* L’offerta “totale” di Gesù, vero Agnello
Se nella precedente meditazione (il sacrificio del giovenco in espiazione del peccato) abbiamo contemplato l’offerta di Cristo “fuori delle porte della città”, qui vorremmo contemplare come il corpo dell’ariete sia offerto “interamente” in olocausto.
Abbiamo già osservato come in questo sacrificio possiamo vedere una analogia con il nostro Offertorio, nel quale offriamo all’altare nei simboli del pane e del vino noi stessi, la nostra vita.
Ora però contempliamo Gesù che prende su di sé questa nostra vita, questa nostra offerta, e prendendo noi in Lui, si dona come offerta gradita per una salvezza universale, di tutti!
Riprendendo la domanda che ci siamo fatti la scorsa volta (ma perché ci deve essere una morte?) non possiamo che lasciarci prendere dallo stupore. Non più e non solo stupore per la Vita, ma per la Morte alla quale viene incontro quel Dio della Vita alla cui comunione aneliamo.
Un Dio che dice: basta con i tuoi sacrifici… Ti do io l’Agnello=mio Figlio. Dio si fa Figlio, si fa carne, si fa uomo… per fare di sé questa offerta eterna: è Lui che vuole lo “scambio”. Pensiamo al sacrificio di Isacco. O, meglio, al sacrificio dell’ariete al posto di Isacco (Gen 22,1-9).
Alcuni Padri vedono in Isacco la figura di Cristo. Ma è soprattutto nell’ariete che possiamo contemplare il sacrificio di Cristo.
Permettetemi di riportare un passo da un mio libretto di qualche anno fa. Il contesto era il Cantico di Zaccaria:
Benedetto il Signore Dio d’Israele,
perché ha visitato e redento il suo popolo,
e ha suscitato per noi una salvezza potente (…). [Lc 1,68-69]
Muovendo dal significato letterale di “salvezza potente”, ossia “corno di salvezza”, e considerando che “nella Scrittura il corno significa regalità e potere” (Girolamo), così scrivevo:
* la potenza impigliata. è emblematico nel racconto di Genesi il sacrificio di Isacco. Qui la potenza sembra sconfitta; le corna di un ariete si impigliano in un cespuglio. […] Il cespuglio ci fa tornare alla mente il roveto di spine dove Dio rivelerà il suo Nome a Mosé (cf Es 3,1-6). E nella tradizione rabbinica il monte di quel sacrificio è il monte del tempio di Gerusalemme. La fiamma del tempio tiene acceso il fuoco di quel sacrificio, in una alleanza di fuoco, berît ‘ēsh. I Padri hanno visto nelle spine del roveto la figura delle spine della croce, e nella voce del roveto la voce dell’Agnello. Ancora la tradizione cristiana ha visto nel sacrificio di Isacco la figura del sacrificio di Cristo e del suo sacrificio. Ma soprattutto, in questo sacrificio, Isacco, oltre e più ancora che figura di Cristo, è figura di ognuno di noi, dell’uomo riscattato da Cristo. È l’ariete ad essere figura di Cristo. Potenza impigliata nel roveto del Nome, Sapienza immolata. Regalità incoronata di spine. Questo è il corno della salvezza. Questo corno è il Cristo (Origene). [G. Durighello, Jehohanan. Si chiamerà Giovanni]
* Essendo nella natura di Dio… svuotò se stesso.
Mi viene in mente una bellissima meditazione sul cantico di Filippesi 2 fatta da don Fabrizio Marcello in occasione del Convegno Il Verbo si fece canto (Diocesi di Bologna – gennaio 2026).
Cristo Gesù (…) pur essendo di natura divina,
non considerò un tesoro geloso
la sua uguaglianza con Dio;
ma spogliò se stesso,
assumendo la condizione di servo
e divenendo simile agli uomini;
apparso in forma umana,
umiliò se stesso
facendosi obbediente fino alla morte
e alla morte di croce. [Fil 2,6-8]
Pur essendo di natura divina. La nuova traduzione Cei recita pur essendo nella condizione di Dio. Don Fabrizio osserva come il “pur” sia una aggiunta del traduttore. Letteralmente il greco andrebbe meglio reso con “essendo di natura divina”. Il significato è molto chiaro e molto forte: non “pur” ma… “proprio perché”!
Quindi: essendo… Di natura divina. Il greco dice “en morfè Theou”, che Girolamo traduce alla lettera “in forma Dei”.
Il greco morfé (che traduciamo con “forma”) indica qui la natura di un ente, ossia il suo elemento essenziale e immutabile. È bello nel testo come qui si dica “in forma Dei” (che possiamo tradurre “di natura divina”) e poco dopo “forma servi” (forma di servo, ossia natura umana). Anche qui, sinceramente, ci sembrava più bello e più preciso “natura divina” anziché “condizione di Dio”…
Una nostra amica a questo punto ha fatto una bellissima domanda: da quando si è cominciato a tradurre con “pur essendo”?
Abbiamo fatto una veloce ricerca. Abbiamo visto come la versione della Vulgata di Girolamo sia rimasta fedele alla lettera al testo greco.
E così anche le prime Bibbie in lingua viva, che più volte abbiamo consultato in questi nostri incontri.
Diodati (1641): “essendo in forma di Dio”. In nota specifica “vero Dio, coessenziale con suo Padre”.
Martini (1778): E così la Bibbia del cardinal Martini traduce “essendo nella forma di Dio” e nel commento “Cristo, essendo figliolo di Dio, Dio vero, espressa immagine del Padre […] essendo veramente e realmente Dio, si annichilò, prese la natura umana…”.
Bibbia di Port Royale (1696): Interessante la Bibbia di Port Royale che specifica come per “forma” si debba intendere “natura”. Nella lezione italiana: “essendo in forma umana, ed in natura di Dio”.
E così, certamente non con metodo e completezza scientifica, ma consultando in semplicità le diverse Bibbie che avevamo in casa, ereditate da nonni e genitori, troviamo espressioni come “possedendo la natura divina” e simili. Potremo allora tradurre addirittura:
Cristo Gesù, proprio perché (!) di natura divina …
* Proprio perché di natura divina…
Perché… è nella natura di Dio non essere geloso di questa sua natura (“non considerò un tesoro geloso…”) e ancora è proprio della natura di Dio svuotarsi, annichilirsi, dare tutto se stesso! In una Parola: Amore!!! È proprio dell’Amore non essere geloso, anzi, svuotarsi affinché l’altro sia.
Alla domanda “da quando si è cominciato a tradurre così”, ossia con l’aggiunta del “pur”, la risposta ci porta con amarezza a tempi recenti, ai nostri tempi. Senza voler fare alcuna polemica, ammettiamo che ci coglie una certa tristezza. Allo stesso tempo cogliamo l’occasione per pregare per quanti ancor oggi e sempre sono impegnati nel difficile servizio della traduzione dei testi sacri. Perché davvero lo Spirito Santo illumini e sostenga il loro servizio.
Tornando alla nostra meditazione, ci viene in mente la visione ebraica della creazione come Tzimtzùm.
Questo termine viene usato, per la prima volta, in un antico midrash che descrive il paradosso di come un Dio che è ovunque, perfino al di là dei cieli, possa trovarsi anche in modo del tutto peculiare nel Tempio o nel mishkan: “Colui che riempie l’universo ha ridotto la sua Presenza fino a dimorare tra le due aste dell’arca”.
Le dottrine qabbalistiche più tarde considerano lo trimtzùm come l’auto contrazione di Dio che ebbe luogo prima della Creazione. Affinché qualcosa di non divino potesse esistere, e per evitare che fosse immediatamente riassorbito da Dio, si dovette creare da principio uno “spazio” vuoto che potesse essere occupato.
Pertanto il primo atto del processo creativo fu l’auto-contrazione di Dio, o il “vuotare” un certo spazio dell’Io divino. La divinità inviò quindi raggi di energia creativa in quel vuoto, facendo emergere, infine, il mondo creato. [A. Green, Queste sono le parole]
È proprio dell’Amore svuotarsi, farsi uno spazio vuoto perché l’altro emerga, venga alla vita. Dalla Creazione all’Incarnazione è questo il mistero di un Dio che non può non farsi spazio vuoto perché la sua amata creatura e figlia e sposa venga alla Vita.
* Dio Padre ci dona il Figlio in… olocausto
Non possiamo non stupire di fronte al “darsi” di Dio. Contempliamo – ci invita l’amico Francesco – questo “appartenere” di Dio all’uomo. Contempliamo il mistero dell’Incarnazione. Dio che entra interamente, pienamente in un corpo. L’intangibile si fa tangibile. Prende un corpo.
Fratelli, è impossibile che il sangue di tori e di capri elimini i peccati. Per questo, entrando nel mondo, Cristo dice:
«Tu non hai voluto né sacrificio né offerta,
un corpo invece mi hai preparato.
Non hai gradito
né olocausti né sacrifici per il peccato.
Allora ho detto: “Ecco, io vengo
– poiché di me sta scritto nel rotolo del libro –
per fare, o Dio, la tua volontà“».
Dopo aver detto: «Tu non hai voluto e non hai gradito né sacrifici né offerte, né olocausti né sacrifici per il peccato», cose che vengono offerte secondo la Legge, soggiunge: «Ecco, io vengo a fare la tua volontà». Così egli abolisce il primo sacrificio per costituire quello nuovo. Mediante quella volontà siamo stati santificati per mezzo dell’offerta del corpo di Gesù Cristo, una volta per sempre. [Eb 10,4-10]
Muovendo da una celebre frase attribuita al primo uomo a poggiare il piede sulla Luna (La cosa strabiliante non è che l’uomo sia arrivato a camminare sulla luna, ma che Dio sia sceso a camminare sulla terra – N. Armstrong), l’amica Paola ci invita a stupirci di fronte a questo mistero e dice: non ci stupiremo mai abbastanza che Dio si sia umiliato tanto da scendere in terra e prendere carne umana. Non ci stupiremo mai abbastanza che Dio abbia accettato quanto dice il profeta Isaia:
Maltrattato, si lasciò umiliare
e non aprì la sua bocca;
era come agnello condotto al macello,
come pecora muta di fronte ai suoi tosatori,
e non aprì la sua bocca. [Is 53,7-12]
Cristo si è offerto come «olocausto» per riscattare l’umanità dal potere della morte ed aprire ad essa la porta della vita nell’Eternità.
* A immagine e somiglianza di un Amore che si fa vuoto per l’altro
Se questa è la strada che Dio (proprio perché Dio!) ha fatto per arrivare a noi, questa è anche la strada per noi per andare a Lui. Creati a Sua immagine e somiglianza, conformandoci al Cristo, unico Mediatore tra il Padre e l’uomo, non possiamo non essere anche noi Amore capace di annullarsi, svuotarsi per l’altro, fino a farci la sua stessa carne.
Non possiamo non offrirci «olocausto»! Nel senso nuovo e stupendo di un sacrificio delle labbra, del cuore, della vita.
Dal sacrificio alla preghiera – ci dice l’amico Francesco.
La mia preghiera stia davanti a te come incenso,
le mie mani alzate come sacrificio della sera. [Sal 140,2]
* Con tutto il cuore.
Voglio l’amore e non il sacrificio,
la conoscenza di Dio più degli olocausti. [Os 6,6]
Amore voglio, non sacrifici. E quale amore? Come si può… misurare l’amore?
Ricordiamo il dialogo di Gesù con lo scriba che gli aveva chiesto quale fosse il primo di tutti i comandamenti. Gesù risponde:
Il primo è: Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza. Il secondo è questo: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Non c’è altro comandamento più grande di questi”. [Mc 12,29-32]
E lo scriba:
“Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è altri all’infuori di lui; 33 amarlo con tutto il cuore, con tutta l’intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici“. [Mc 12,32-33]
Ci siamo chiesti come si possa misurare l’amore. L’amico Luis ci ricorda questa grande verità:
L’unica misura dell’amore è amare senza misura [Bernardo di Chiaravalle, De diligendo Deo]
Senza misura. Con tutto il cuore!
Ci viene spontaneo prendere esempio dalla commovente preghiera del profeta Daniele. Il popolo è in esilio, disperso, ridotto a piccola cosa, senza tempio e senza altare, e non può offrire a Dio nient’altro che il proprio cuore:
Ora invece, Signore,
noi siamo diventati più piccoli
di qualunque altra nazione,
oggi siamo umiliati per tutta la terra
a causa dei nostri peccati.
Ora non abbiamo più né principe
né profeta né capo né olocausto
né sacrificio né oblazione né incenso
né luogo per presentarti le primizie
e trovare misericordia.
Potessimo essere accolti con il cuore contrito
e con lo spirito umiliato,
come olocausti di montoni e di tori,
come migliaia di grassi agnelli.
Tale sia oggi il nostro sacrificio davanti a te e ti sia gradito,
perché non c’è delusione per coloro che confidano in te.
Ora ti seguiamo con tutto il cuore,
ti temiamo e cerchiamo il tuo volto (…) [Dn 3,37-41]
Il Signore ci viene incontro sempre nella nostra fragilità. È qui che impariamo a scendere nel profondo del nostro cuore, dove Egli è, e fare di questo cuore un’ostia a Lui gradita. Un cuore uno, un cuore “monaco”, un cuore indiviso. Un cuore fatto… olocausto: un’offerta che brucia interamente. Amore che si fa vuoto, perché l’altro sia.
Non voglio resistere più alla Vostra chiamata. Mi volete tutto per Voi, tutto a Voi mi dono senza riserva. Voi sulla croce vi siete dato tutto a me, io mi do tutto a voi. [Alfonso Maria del Liguori]