Liturgia&Musica

XXII Domenica del Tempo Ordinario/A

di Massimo Palombella

El Greco (1541–1614), Cristo portacroce (Museu Nacional d’Art de Catalunya, Barcellona)

Nel Vangelo di oggi (Mt 16, 21-27) Gesù rimprovera Pietro per il suo modo di pensare. Pietro non «pensa secondo Dio»: la sua visione del mondo, le scelte abituali, il modo di vivere le relazioni sono ancora lontani da ciò che Gesù farebbe.

La risposta di Gesù è significativa: ὕπαγε ὀπίσω μου (hýpage opísō mou), letteralmente «va’ dietro a me». Pietro, che vorrebbe quasi indicare a Gesù la strada, deve tornare al suo posto: dietro a Lui, nella posizione del discepolo. Subito dopo Gesù aggiunge: «Se qualcuno vuole venire dietro a me» — ὀπίσω μου (opísō mou) — «rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua».

Questo rimprovero interroga anche noi. Spesso, in modo più o meno consapevole, pensiamo che essere cristiani si riduca all’adempimento di alcune pratiche religiose. Gesù invece ci sfida nel cuore della vita: là dove prendiamo le decisioni, dove valutiamo, dove orientiamo il nostro futuro.

Credere in Dio è un «seguire» Gesù. È entrare in un processo dinamico di cambiamento, in cui impariamo lentamente ad accettare la nostra vita e la nostra storia, a «portare la croce». Rinnegare se stessi non significa disprezzarsi, ma smettere di mettere se stessi come criterio ultimo di ogni cosa. Significa non spendere più energie per apparire ciò che non siamo, e imparare a vivere nella verità.

Gesù continua: «Chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà». Il termine greco è ψυχή (psychḗ): non indica solo l’anima, ma la persona intera. La domanda diventa concreta: a che serve guadagnare tutto, costruire l’immagine desiderata di sé, ottenere ciò che inseguiamo, se nel frattempo perdiamo noi stessi?

Non è un cammino facile. Tante volte viene la tentazione di fermarsi, di cercare comodità e sicurezze. Ma la prima lettura (Ger 20, 7-9) ci ricorda una verità profonda: «Nel mio cuore c’era come un fuoco ardente, trattenuto nelle mie ossa; mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo».

Geremia vorrebbe non parlare più di Dio, non lasciarsi più coinvolgere. Scopre però che quel fuoco è ormai dentro di lui e non riesce a spegnerlo. Quel fuoco è il segno concreto dell’amore del Signore, che continua a raggiungere la parte più intima di noi anche quando siamo stanchi, quando «non ne abbiamo voglia», quando vorremmo sottrarci. È ciò che non ci permette di accontentarci di una vita non vera. È ciò che, alla fine, salva la nostra vita e ci rende lentamente la persona che possiamo e dobbiamo essere.

Dobbiamo costantemente ritornare al nostro vero posto: dietro a Gesù. Lì, e soltanto lì, il fuoco non si spegne e la vita è “vita in abbondanza”.

L’antifona di Comunione della celebrazione odierna è tratta dal capitolo 16 del Vangelo di Matteo (Mt 16, 24) con il seguente testo:

Qui vult venire post me, abneget semetipsum: et tollat crucem suam, et sequatur me.

(Chi vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua).

La musica allegata è tratta dal Graduale Triplex pubblicato a Solesmes nel 1979. L’interpretazione è del Coro Gregoriano De Lisboa diretto da Maria Helena Pires de Matos. La traccia musicale è reperibile nel CD “Liturgias De Santos Europeus Do 1º Milénio” pubblicato da Universal Music Portugal, S.A. nel 2005.

Buona domenica e un caro saluto.