Il Sacrificio “pacifico” (di Comunione) – seconda parte: il pasto sacro
In ascolto di Esodo – (Es 29,31-46) – Luglio 2026
a cura di fratel Gianmartino Maria Durighello e Piccoli amici di Maria Maddalena
* Ma… perché tanto sangue?
E… cosa ci può essere di pacifico nel sangue?

Carissime amiche, carissimi amici,
Eccoci arrivati al culmine, al punto di arrivo di tutto il rituale per l’investitura dei sacerdoti: il banchetto sacro, il banchetto di comunione tra Dio e l’uomo.
Alla fine di questa meditazione vorremmo porci la domanda: ma… perché tanto sangue? E… cosa ci può essere di pacifico nel sangue?
Abbiamo visto infatti nei nostri precedenti incontri come questo rituale sia costituito da una trilogia di sacrifici cruenti (offerta di espiazione, olocausto e sacrificio pacifico), come una grande spirale che porta proprio qui: all’incontro, alla comunione, alla shalom tra Dio e l’Uomo celebrata nel pasto sacro.
Già al capitolo 24 di Esodo avevamo considerato come Mosè, Aronne, Nadab, Abiù e i 70 anziani salirono al Sinai e… videro Dio e mangiarono e bevvero!!!
Mosè salì con Aronne, Nadab, Abiu e i settanta anziani di Israele.
Essi videro il Dio d’Israele: sotto i suoi piedi vi era come un pavimento in lastre di zaffiro, limpido come il cielo.
Contro i privilegiati degli Israeliti non stese la mano: essi videro Dio e poi mangiarono e bevvero. [Es 24,9-11]
Essi “scoprirono” che si può vedere Dio e… rimanere vivi! Anzi, che proprio Dio scende sulla cima del monte incontro a noi; che proprio Dio viene a visitarci chiamandoci alla comunione con Lui.
Possiamo ricordare alcuni episodi come profetici. Quando Dio si fece ospite alla tavola di Abramo (Gen 18,1ss)… alla tavola di Manoach (Gdc 13,15-21)… In entrambi i casi l’ospitalità fu premiata con l’annuncio di una nascita: Isacco per Abramo e Sansone per Manoach. E ricordiamo ancora Gedeone il quale, dopo aver visto l’angelo del Signore, edificò un altare e lo chiamò: Yhwh è Shalom! Il Signore è pace (cfr. Gdc 6,24).
Ora, al culmine quindi di questa spirale di tre sacrifici, ecco il pasto sacro:
Poi prenderai l’ariete dell’investitura e ne cuocerai le carni in luogo santo. Aronne e i suoi figli mangeranno la carne dell’ariete e il pane contenuto nel canestro all’ingresso della tenda del convegno.
– L’ariete dell’investitura. L’ariete “del riempimento”, come abbiamo visto in precedenti incontri. Perché, per la loro purificazione, le mani dei sacerdoti saranno “riempite”con parti del corpo e sangue dell’ariete.
– In luogo santo, ossia dentro il cortile, all’ingresso della Tenda del Convegno, come troveremo specificato anche nel libro del Levitico:
Dovrà mangiarla in luogo santo, nel recinto della tenda del convegno. [Lv 6,19]
Mangeranno così ciò che sarà servito per compiere il rito espiatorio, nel corso della loro investitura e consacrazione.
Aronne e i suoi figli mangeranno quindi le offerte rimaste (non bruciate) che erano servite nel rito espiatorio, per la loro investitura (letteralmente: per riempire la loro mano) e consacrazione (qadosh):
Nessun estraneo ne deve mangiare, perché sono cose sante. Nel caso che al mattino ancora restasse carne del sacrificio d’investitura e del pane, brucerai questo avanzo nel fuoco. Non lo si mangerà: è cosa santa.
Farai dunque ad Aronne e ai suoi figli quanto ti ho comandato. Per sette giorni compirai il rito dell’investitura.
Aronne e i suoi figli quindi, per poter esercitare la funzione sacerdotale, devono essere purificati col sangue. Aronne è ora qadosh=sacro. Noi traduciamo “consacrato”, ma è importante osservare che il termine è qadosh=sacro.
L’estraneo, lo zar (eb.), alloghene (gr.), indica propriamente lo straniero. Ritorna qui un tema forte e non facile, quello dell’integrità del popolo.
Da un lato Israele si sente chiamato ad essere popolo puro, integro, a non contaminarsi con gli altri popoli.
D’altro lato si sente chiamato anche a un ruolo “sacerdotale” tra i popoli. L’essere segullah, proprietà esclusiva di Yhwh, si sposa con una apertura universale. In 70 lingue si sentì proclamare la Legge sul Sinai, tante lingue quanti sono i popoli della terra. Ed è sorprendente, e mai contemplato e studiato abbastanza, come importanti personaggi della storia di Israele abbiano sposato una donna straniera. Lo stesso Mosè sposa Sefora, una madianita. Pensiamo ancora e soprattutto alla discendenza davidica (da cui nascerà il Messia) che risale a Rut, moabita.
Nella genealogia di Gesù in Matteo (Mt 1,11-16) troviamo ben quattro donne straniere: Tamar, cananea; Rahab, cananea; la citata Rut, moabita; e Bersabea, ittita.
* Qadosh. Senza poter approfondire questo ricco tema, qui vorremmo fermarci solo un poco sulla dimensione del «sacro»: il sacro è un tempo e uno spazio separato, ma questa separazione non è fine a se stessa, bensì funzionale all’apertura, all’incontro. Oggetti e persone che abitano lo spazio e il tempo sacro devono venire purificati, ed essere così anch’essi qodashim-sacri. Tutto il cammino di purificazione del popolo che porta a un vertice che è il Sommo Sacerdote è funzionale (come abbiamo già considerato più volte) all’incontro con Dio, a beneficio di tutto il popolo, e – per questa sua chiamata sacerdotale – universale, per tutti i popoli.
Ricordiamo come questo si rispecchi nella struttura piramidale del popolo (tra i popoli Israele, nel popolo di Israele gli uomini, poi la tribù di Levi, poi i sacerdoti, fino al Sommo Sacerdote) e del tempio (dai cortili esterni al Santo dei Santi).
La stessa concezione la troviamo nell’architettura del tempio, in un sistema concentrico nel cuore del quale è il Santo dei Santi, la tenda nella quale entra il solo Sommo Sacerdote una volta all’anno per la salvezza sua e di tutto il popolo.
Delimitare e abitare uno spazio e un tempo sacro serve a prendere coscienza che tutto lo spazio e tutto il tempo sono sacri! Paradossalmente, proprio circoscrivendo come sacro uno spazio e un tempo, questo ci permette di aprirci all’universale e all’infinito, a prendere coscienza di esser parte di una creazione che è tutta (!) “bella e buona” (eb. tôb).
Farai dunque ad Aronne e ai suoi figli quanto ti ho comandato. Per sette giorni compirai il rito dell’investitura.
Il rituale dovrà essere ripetuto ogni giorno per sette giorni.
In ciascun giorno offrirai un giovenco in sacrificio per il peccato, in espiazione; toglierai il peccato dall’altare compiendo per esso il rito espiatorio, e in seguito lo ungerai per consacrarlo.
Per sette giorni compirai il rito espiatorio per l’altare e lo consacrerai. Diverrà allora una cosa santissima e quanto toccherà l’altare sarà santo.
Ecco ciò che tu offrirai sull’altare: due agnelli di un anno ogni giorno, per sempre. […]
Il concetto di espiazione non indica tanto o necessariamente espiare-togliere il peccato, quando purificare, togliere l’impurità, e rendere atti quindi persone e oggetti all’azione sacra.
Ecco ciò che tu offrirai sull’altare: due agnelli di un anno ogni giorno, per sempre. Al di là del senso letterale, c’è un profondo senso spirituale. L’offerta è quotidiana! Ogni giorno, per sempre. Il termine ebraico tamîd significa regolarmente.
Il sacrificio detto appunto di tamìd verrà offerto ogni giorno dell’anno. è pertanto un sacrificio indipendente dal rituale di investitura. Perché allora la Torah lo menziona in questo contesto? Probabilmente per sottolineare la sua origine!? esso veniva praticato indubbiamente prima ancora del culto del Tempio. Come per le altre offerte della settimana, anche il sacrificio giornaliero di tamìd veniva inizialmente offerto da Mosè, fino al 1 del mese di Nissan, dopodiché era affidato alla funzione dei cohanìm, i sacerdoti.
Perché il sangue? Perché tanto sangue?
A conclusione di questa meditazione, vogliamo ricordare lo scopo primario del rituale di investitura dei sacerdoti: realizzare l’anelito dell’uomo all’incontro di comunione con Dio.
A questo scopo mira il rituale che abbiamo contemplato come una spirale di tre sacrifici, ognuno che porta all’altro, fino al culmine: il pasto sacro.
A questo scopo mira la struttura piramidale e concentrica del popolo e dell’architettura del tempio.
Ma possiamo ancora chiederci: perché il sangue? Perché tanto sangue?
Certamente ci appare inverosimile un sacrificio giornaliero con un numero così elevato di offerta animale. Alla lettura dell’uomo contemporaneo tutto ciò potrebbe turbare, scandalizzare.
Occorre cercare di entrare per quanto ci è possibile in un modo di vivere, pensare e celebrare che attinge le sue radici in qualcosa di arcaico, di primordiale: l’innato anelito dell’uomo alla comunione con Dio. Tutto lo stupore e tutta la domanda dell’uomo nei confronti di una entità che percepisce come Essere supremo vive qui il dono di una rivelazione nuova e stupenda: l’uomo può vedere Dio, mangiare con Lui… Dio si fa presente all’uomo come Io-Sono-Con-Voi. Dobbiamo pensare allo stupore, alla meraviglia, insieme alla domanda e – come abbiamo meditato alcuni incontri fa – al bisogno di “senso”.
Forse oggi l’uomo contemporaneo sente meno istintivo questo anelito!? E di conseguenza è forte la sua difficoltà a comprendere letture come queste.
Da un lato allora inviterei tutti a cercare di comprendere un modo di essere e di pensare e celebrare come può essere quello dei nostri progenitori.
D’altro lato inviterei ancora tutti noi a chiederci: aneliamo alla comunione con Dio? E quindi: che idea abbiamo noi oggi di Dio? Dio è anche per noi un Dio personale che scende sul monte e ci viene incontro e ci chiama alla comunione con sé? Troviamo lo stupore di stare con Lui, di ascoltarlo, di parlargli, affamati e assetati di Senso?
Certamente non tralasciamo neppure la domanda: perché il sangue? Perché tanto sangue? E aggiungiamo ancora un’altra domanda: possiamo parlare ancora di sacrificio?
Già abbiamo riflettuto su questi aspetti nei precedenti incontri. Di come con Gesù si inauguri una nuova Alleanza, e i vecchi sacrifici siano finiti.
Ma questi termini sono tipici anche della nostra preghiera, della nostra Messa: sacrificio eucaristico, banchetto eucaristico… C’è il rischio di restare inconsapevolmente nello spirito della Prima Alleanza!? Tutto ciò merita un approfondimento, che ci impegniamo a fare nei prossimi incontri.
Penso alla solennità del santissimo Corpo e Sangue di Cristo.
Se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. [Gv 6,53-54]
Prima ancora di tanti discorsi, guardiamo a Lui. All’Agnello immolato e al suo Sangue che pone fine a tutti i sacrifici nel suo nuovo ed eterno sacrificio. Guardiamo a Lui, al suo Corpo e al suo Sangue.
L’ultimo invito che facciamo è allora quello di ritagliare davvero momenti personali di preghiera silenziosa, d’adorazione e contemplazione, davanti al sacramento dell’altare. Chiedendo la grazia che cresca sempre di più dentro il nostro cuore il desiderio, l’anelito alla comunione piena con il Dio che ci ha creati e che nel suo amore ha inviato il suo Verbo, fatto carne e sangue per la nostra salvezza.
Il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo?
E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo? [1Cor 10,16]
Il sangue è la vita dell’uomo. Il sangue-vita dell’uomo è però un sangue contaminato dal peccato, ci ricorda l’amico Francesco, riconducendoci all’inizio della nostra storia e in particolare al racconto di Caino e Abele. “Che hai fatto?” chiede Dio a Caino dopo che questi ha ucciso il fratello. E continua:
La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo! 11Ora sii maledetto, lontano dal suolo che ha aperto la bocca per ricevere il sangue di tuo fratello dalla tua mano. [Gen 4,10-11]
Il sangue, la vita del nostro fratello grida a noi dal suolo. Dam=sangue da ’adamah=suolo. Continua Francesco osservando come con i sacrifici animali l’uomo sia in un certo senso educato, preparato al sacrificio di Cristo.
Riguardo allo scandalo che può procurare all’uomo contemporaneo questa storia di sangue e di sacrifici animali, l’amica Paola osserva che, se da un lato l’uomo ha un bisogno innato della divinità, d’altro lato la perdita del senso del sacro, fino a non cogliere la Presenza sacramentale di Cristo, è da porre in relazione alla perdita del contatto con la natura. Il distacco dalla natura porta a far sì che all’uomo d’oggi l’invisibile non sia più così invisibile.
Perdita del senso del sacro e della Presenza. Perdita del contatto con la natura. Domenico aggiunge: perdita del senso dei simboli, del linguaggio simbolico. Perdendo il linguaggio dei simboli siamo lontani dallo stesso linguaggio di Gesù… e questo ci può apparire scandaloso, e lo scandalo… inquieta.
Del resto – pensiamo – tutta la nostra liturgia è pervasa da segni e parole che si riferiscono a un sacrificio (eucaristico), a un banchetto (eucaristico), a una comunione (eucaristica). Mangiamo un pane che è corpo di Cristo. Beviamo un vino che è sangue di Cristo. E prima di questo banchetto di comunione cantiamo all’Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo. Come capire e gustare e vivere questi gesti e queste preghiere se non facciamo nostra l’esperienza dell’Esodo!? Cosa significa per noi oggi cantare “Agnello di Dio”, se non sappiamo cos’era l’Agnello nella Prima Alleanza?
Soffriamo tanto – ci dice Alessandra – per il sacrificio degli animali. Bene. Ma chiediamoci: soffriamo al pari per il sacrificio di quell’Agnello che è Gesù?
Davvero sentiamo urgente recuperare il senso vivo della Presenza reale di Cristo nell’Eucaristia. Il bisogno di educarci a questa Presenza. A stare alla sua Presenza. Ed ecco la Adorazione, la Preghiera silenziosa… fino a non sottovalutare, ma recuperare certi gesti semplici, ma fondamentali, quando entriamo in una chiesa. Educarci a purificarci nell’acqua, memoria del nostro Battesimo, guardare il Tabernacolo, inginocchiarci, salutare Gesù Presente e Vivo in mezzo a noi. Certo dobbiamo considerarlo sempre e ovunque presente, specie nel nostro fratello. Ma è importante rivitalizzare il senso della sua Presenza sacramentale.
La perdita di questo senso, aggiunge Renato, nasce da un vuoto che è uno scollamento interno dell’uomo. È vero: l’uomo ha un bisogno innato di Dio. E se non lo trova, lo cerca nei surrogati.
Occorre coltivare il senso alto di Dio nella sua Divinità e insieme il senso vicino di Dio nella sua umanità (!), in Cristo. Unione di divinità e umanità. Grandezza e Vicinanza.
Crediamo che l’adorazione eucaristica sia oggi fondamentale, più che mai, per ridare all’uomo – guardando al Sacramento eucaristico (divino sacramento e… umano sacramento) unità in se stesso, superare il suo “scollamento” interno.
Sia lodato e ringraziato ogni momento il Santissimo e divinissimo Sacramento. Vorremmo dire: divinissimo (e umanissimo) Sacramento.