XXVIII Domenica del Tempo Ordinario/A
di Massimo Palombella

Nel Vangelo di oggi (Mt 22,1-14) Gesù continua a parlarci in parabole. Il Regno dei cieli è paragonato a un re che prepara le nozze — γάμους (gámous) — per suo figlio e manda i servi a chiamare gli invitati: δεῦτε εἰς τοὺς γάμους (deûte eis toùs gámous), «venite alle nozze».
Questa “festa di nozze” alla quale siamo invitati ci interroga profondamente sulla qualità della nostra vita.
Partecipare a una festa di nozze significa accettare di incontrare la realtà: lasciarsi provocare dal senso della vita, dall’amore, dalla fecondità, dalla famiglia, dalla paternità e dalla maternità. La festa di nozze raccoglie simbolicamente ciò verso cui una vita tende: amare ed essere amati, diventare fecondi, scoprire qualcosa per cui valga realmente la pena vivere.
Non possiamo vivere senza essere innamorati; senza lasciare che la nostra capacità di amare assuma una forma feconda; senza un senso profondo che, anche nella difficoltà, nella fatica e nel dolore, ci permetta di continuare a indossare, a qualunque età, la “veste nuziale”: ἔνδυμα γάμου (éndyma gámou). Avere una veste nuziale significa avere ancora una meta, una passione, qualcosa per cui alzarsi ogni mattina; significa rimanere in cammino senza lasciarsi progressivamente spegnere dalla vita.
Ma nella parabola accade qualcosa di sorprendente. Gli invitati non oppongono grandi ragioni al loro rifiuto. Matteo dice semplicemente: οἱ δὲ ἀμελήσαντες ἀπῆλθον (hoi dè amelḗsantes apêlthon): «ma essi, non curandosene, se ne andarono». Il verbo ἀμελέω (ameléō) significa trascurare, non darsi pensiero, non considerare qualcosa degno della propria attenzione.
Ed è forse proprio questo uno dei pericoli più grandi della nostra vita: non necessariamente rifiutare ciò che conta, ma semplicemente non curarcene più.
Gli invitati della parabola se ne vanno, «chi al proprio campo, chi ai propri affari»: ὃς μὲν εἰς τὸν ἴδιον ἀγρόν, ὃς δὲ ἐπὶ τὴν ἐμπορίαν αὐτοῦ. Dover curare i “fatti nostri” può diventare il grande inganno attraverso il quale smettiamo progressivamente di incontrare e vivere la realtà. Ci occupiamo di molte cose, riempiamo le giornate, difendiamo i nostri spazi, inseguiamo problemi, impegni e interessi; e, quasi senza accorgercene, possiamo eludere la sfida della verità e condannarci a essere persone sempre più sole, costrette a riempire la propria vita con infiniti surrogati.
Il Signore, invece, continua a invitarci: δεῦτε εἰς τοὺς γάμους, «venite alle nozze».
E continua a chiederci anche la “veste nuziale”, l’ἔνδυμα γάμου. Perché non basta entrare nella sala: occorre lasciarsi coinvolgere dalla festa. Non basta essere chiamati: occorre accettare che quella chiamata cambi qualcosa di noi.
Il Signore continua a offrirci questa possibilità nonostante la nostra distrazione, la nostra paura, il nostro disagio, il nostro sentirci inadeguati o semplicemente troppo occupati nei “fatti nostri”.
Continua, sostanzialmente, a offrirci una dignità: la possibilità e la forza di diventare le persone che possiamo e dobbiamo essere.
Forse la domanda che questo Vangelo oggi ci consegna è molto semplice: che cosa, nella mia vita, non considero più degno della mia attenzione?
Perché potrebbe essere proprio lì che il Signore continua ancora a invitarmi alle nozze.
Il graduale della celebrazione odierna è tratto dal Salmo 22 (Sal 22,4) con il seguente testo:
Si ambulavero in medio umbrae mortis, non timebo mala:
quoniam tu mecum es, Domine.
Virga tua, et baculus tuus, ipsa me consolata sunt.
(Anche se camminassi in mezzo all’ombra della morte, non temerei alcun male,
perché tu sei con me, Signore.
La tua verga e il tuo bastone, essi mi hanno consolato).
La musica allegata, in Canto Gregoriano, è tratta dal Graduale Triplex pubblicato a Solesmes nel 1979. La traccia musicale è reperibile su YouTube dove non vi sono indicazioni circa l’interpretazione.
Buona domenica e un caro saluto.