Liturgia&Musica

XXIII Domenica del Tempo Ordinario/A

di Massimo Palombella

Masaccio (1401-1428), Gesù e il pagamento del tributo (Cappella Brancacci,
Basilica di Santa Maria del Carmine, Firenze)

Nel Vangelo di oggi (Mt 18,15-20) Gesù definisce con grande chiarezza la nostra relazione e responsabilità nei confronti dei nostri fratelli.

È interessante notare come la modalità indicata da Gesù nel processo relazionale con una persona che ha commesso una colpa contro di me sia tutt’altro che semplice: è impegnativa, esige intelligenza, libertà interiore e non si risolve nella sterile ricerca di un vuoto «irenismo».

«Va’ e ammoniscilo fra te e lui solo»: ὕπαγε ἔλεγξον αὐτὸν (hýpage élenxon autón). Il verbo ἐλέγχω (elénchō) non indica semplicemente il rimproverare, tanto meno il condannare. Porta piuttosto con sé l’idea di far emergere qualcosa alla luce, di mettere l’altro davanti alla verità. Ma Gesù aggiunge immediatamente: «fra te e lui solo». La verità, dunque, non diventa mai pretesto per umiliare.

Sostanzialmente Gesù mi chiede di andare oltre lo «scrupolo di coscienza», oltre quel superficiale mettere le cose a posto che serve soprattutto a evitare problemi e tensioni.

E lo scopo di questo faticoso processo è espresso da una frase molto interessante: ἐκέρδησας τὸν ἀδελφόν σου (ekérdēsas ton adelphón sou), «avrai guadagnato tuo fratello».

Guadagnato il fratello, non vinta una discussione.

Non dimostrato di avere ragione.

Non ristabilita semplicemente una regola.

Il punto di arrivo è il fratello.

Una volta di più siamo allora sfidati nel cuore della nostra vita, cioè nelle nostre abitudini, nel modo in cui abbiamo imparato ad organizzare le relazioni con l’esclusiva preoccupazione di non avere problemi, anche a scapito della verità e, soprattutto, del vero bene di chi ci sta accanto.

A volte chiamiamo «pace» ciò che è soltanto paura del conflitto. Chiamiamo «rispetto» il nostro non volerci coinvolgere. Chiamiamo «prudenza» il desiderio di non essere disturbati.

Gesù, con discrezione e rispetto, mette invece in questione le nostre radicate abitudini, le nostre implicite modalità relazionali, assimilate attraverso altrettanto impliciti processi educativi; mette in questione quel nostro tacito cercare una vita tranquilla e apparentemente «a posto».

E forse proprio qui il Vangelo di oggi diventa particolarmente esigente: perché amare qualcuno significa anche accettare che il suo bene possa disturbare la mia tranquillità.

In sostanza, il Signore ci pone ancora una volta davanti alla tentazione di una vita mediocre, senza sapore, nella quale le nostre migliori energie vengono impiegate per tenere lontano i problemi invece che per vivere.

Forse la domanda che il Vangelo oggi ci lascia è molto semplice: quanto della mia vita è veramente vissuto e quanto, invece, è soltanto organizzato per non avere problemi?

L’antifona di ingresso, l’Introito, della celebrazione odierna è tratto dal Salmo 118 (Sal 118, 137.124) con il seguente testo:

Iustus es, Domine, et rectum iudicium tuum;
fac cum servo tuo secundum misericordiam tuam.
Beati immaculati in via, qui ambulant in lege Domini.”

(Tu sei giusto, Signore, e retto è il tuo giudizio:
agisci con il tuo servo secondo la tua misericordia.
Beati coloro che percorrono una via senza macchia e camminano nella legge del Signore.)

La musica allegata, in Canto Gregoriano, è tratta dal Graduale Triplex pubblicato a Solesmes nel 1979. L’interpretazione è The Monks of Pluscarden Abbey. La traccia musicale è reperibile nel CD “Tempus Per Annum: Gregorian Chant from the Monks of Pluscarden Abbey” pubblicato da Ffin Records nel 2018.

Buona domenica e un caro saluto.