Liturgia&Musica

XXVII Domenica del Tempo Ordinario/A

da Massimo Palombella

Nel Vangelo di oggi (Mt 21,33-43), Gesù ritorna ancora una volta su una parabola che ha come elemento caratterizzante la vigna.

Jan Luyken (1649-1712), La parabola dei vignaioli omicidi, stampa Bowyer Bible, Bolton, England

Questa volta la vigna viene affidata a dei contadini perché ne producano i frutti. Ed è proprio il frutto uno dei termini decisivi del racconto. Il testo greco parla ripetutamente di καρπός (karpós), «frutto», fino alla conclusione della parabola, quando Gesù afferma che il Regno sarà dato a un popolo ποιοῦντι τοὺς καρποὺς αὐτῆς (poioûnti toùs karpoùs autês), cioè «che ne produca i frutti» (Mt 21,43).

È interessante, però, osservare che i contadini ai quali la vigna è stata affidata sembrano progressivamente dimenticare proprio il frutto. Quando vedono il figlio del padrone, dicono: «Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e prendiamoci la sua eredità»: σχῶμεν τὴν κληρονομίαν αὐτοῦ (schômen tḕn klēronomían autoû), «impadroniamoci della sua eredità» (Mt 21,38).

Qui emerge con chiarezza il contrasto: da una parte Gesù continua a parlare di frutti, dall’altra i contadini vogliono solo l’eredità. È una dinamica molto umana: voler possedere senza attraversare il cammino che permette a qualcosa di maturare. I contadini non sono più interessati a far fruttificare ciò che è stato loro affidato; vogliono semplicemente averlo. Il problema, allora, non è il desiderio di possedere qualcosa, ma l’illusione di poterlo possedere senza averlo fatto crescere, senza averne attraversato il processo, senza essersi lasciati trasformare dal lavoro necessario perché un frutto possa nascere.

L’attenzione di Gesù, invece, rimane sul produrre frutti. Ed è forse questo uno dei compiti essenziali della nostra vita.

Perché produrre frutto significa anzitutto «muovere la terra»: incontrare la propria debolezza, fare esperienza del proprio «non essere capaci», sciogliere i grumi, operare le necessarie separazioni, imparare a fidarsi, camminare anche quando non abbiamo certezze, accettare persino il rischio di sbagliare. In sostanza: vivere davvero.

Possiamo essere tentati anche noi, come i contadini della parabola, di cercare soltanto una κληρονομία (klēronomía), un’eredità già pronta, qualcosa che finalmente possiamo avere e che immaginiamo possa renderci felici.

Ma forse la vera felicità — ed è proprio lì che il Signore ci attende — non consiste nell’arrivare rapidamente a possedere qualcosa, bensì nell’entrare nella logica di un viaggio, di un cammino.

È ciò che fecero i Magi quando videro la stella e si misero in viaggio (cf. Mt 2,9-10). Non sapevano quanto sarebbe durato quel cammino né esattamente dove la stella li avrebbe condotti. Accettarono semplicemente di seguirla.

Anche noi non sappiamo sempre quanto sarà lungo il viaggio né dove ci porterà la stella che abbiamo deciso di seguire.

Ma il Vangelo ci consegna una certezza: quando i Magi giunsero alla fine del loro cammino e videro la stella, ἐχάρησαν χαρὰν μεγάλην σφόδρα (echárēsan charàn megálēn sphódra), «provarono una gioia grandissima» (Mt 2,10).

Forse il frutto della nostra vita nasce proprio da qui: non cercando anzitutto qualcosa da possedere, ma avendo il coraggio di metterci in cammino.

L’antifona di ingresso, l’Introito della celebrazione odierna è tratto dal capitolo XIII del libro di Ester (Est 13, 9. 10. 11) con il seguente testo:

In voluntate tua, Domine, universa sunt posita, et non est qui possit resistere voluntati tuae:
tu enim fecisti omnia, caelum et terram, et universa quae caeli ambitu continentur:
Dominus universorum tu es.

(Nella tua volontà, Signore, tutte le cose sono poste e non c’è chi possa resistere alla tua volontà,
perché tu hai fatto ogni cosa, il cielo e la terra e tutto ciò che nell’orizzonte del cielo è contenuto:
tu sei il Signore di tutto).

La musica allegata, in Canto Gregoriano, è tratta dal Graduale Triplex pubblicato a Solesmes nel 1979. L’interpretazione è del Choeur Grégorien De Paris. La traccia musicale è reperibile nel CD Méditation grégorienne pubblicato dalle Editions Jade nel 2010.

Buona domenica e un caro saluto.