XXIV Domenica del Tempo Ordinario/A
di Massimo Palombella

Nel Vangelo di oggi (Mt 18,21-35), alla domanda di Pietro circa quante volte occorra perdonare, Gesù risponde: «non fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette»: ἕως ἑβδομηκοντάκις ἑπτά (héōs hebdomēkontákis heptá). Non si tratta evidentemente di introdurre un nuovo limite numerico, ma di sottrarre il perdono ad ogni possibile contabilità: occorre perdonare sempre.
Una volta di più Gesù ci sfida e ci interroga non semplicemente su un comportamento, ma sull’atteggiamento globale della nostra vita. Essere capaci di perdonare «sempre» non è soltanto una questione di puntuale ascesi o di buona volontà, ma il frutto di un processo di maturazione nel quale imparo progressivamente a compiere delle «separazioni», ad andare «oltre», per giungere alla verità di me stesso.
È significativo, a questo proposito, il verbo che Matteo utilizza per indicare il perdono: ἀφίημι (aphíēmi). Significa certamente «perdonare», «rimettere», ma porta con sé anche il significato di lasciare andare, liberare, non trattenere più. Perdonare non significa allora cancellare ciò che è accaduto, negare la ferita o chiamare bene ciò che è stato male; significa piuttosto non permettere che quella ferita continui indefinitamente a determinare il mio presente.
La difficoltà a perdonare, il rancore, l’ira, il desiderio di vendetta — come ricorda con impressionante lucidità la prima lettura (Sir 27,30–28,9) — spesso portano alla luce relazioni molto più antiche dell’offesa che sto vivendo: rapporti originari, talvolta ancestrali, situazioni della mia storia che non sono ancora state collocate, attraversate, «perdonate», superate.
Ed è interessante che lo stesso verbo ἀφίημι (aphíēmi) ricompaia, con un significato apparentemente diverso, all’inizio del Vangelo di Marco, quando i discepoli, chiamati da Gesù, ἀφέντες τὰ δίκτυα (aphéntes tà díktya), «lasciate le reti», lo seguono (Mc 1,18). Forse perdonare ha qualcosa a che fare proprio con questo: lasciare le reti. Separarmi da ciò che continuo a trattenere e che, proprio perché lo trattengo, finisce per trattenere me; abbandonare ciò che implicitamente mi mantiene fermo dentro orizzonti che non sono più miei, per poter finalmente gustare quella «vita in abbondanza» della quale parla Gesù (Gv 10,10).
Non a caso il Vangelo termina riportando tutto al luogo più profondo della persona: ἀπὸ τῶν καρδιῶν ὑμῶν (apò tō̂n kardiō̂n hymō̂n), «dal vostro cuore» (Mt 18,35). Il perdono evangelico non è dunque anzitutto una formula pronunciata, ma qualcosa che lentamente deve raggiungere il cuore e trasformarlo.
Perdonare «sempre» è allora una sfida che comporta l’accettazione di un cammino non facile, fatto di passi avanti e anche di passi indietro. Un processo «lento», come tutte le cose vere della nostra vita. Forse il punto non è riuscire immediatamente a non sentire più la ferita, ma arrivare, poco alla volta, a non lasciare che sia la ferita a decidere chi sono e come devo vivere.
Il Graduale della celebrazione odierna è tratto dal salmo 121 (Sal 121, 1. 7) con il seguente testo:
Laetatus sum in his quae dicta sunt mihi: in domum Domini ibimus.
Fiat pax in virtute tua: et abundantia in turribus tuis.
(Mi sono rallegrato per ciò che mi è stato detto: andremo nella casa del Signore.
Sia pace entro le tue mura e abbondanza nelle tue torri).
La musica allegata, in Canto Gregoriano, è tratta dal Graduale Triplex pubblicato a Solesmes nel 1979. L’interpretazione è della “Nova Schola Gregoriana” diretta da Alberto Turco. La traccia musicale è reperibile nel CD “Adorate Deum. Gregorian Chant From the Proper of the Mass” pubblicato da Naxos Japan nel 1993.
Buona domenica e un caro saluto.