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Coloro che si ritrovano ad accompagnare l’ordinando nella preparazione della celebrazione per la sua ordinazione curando la musica rituale, possono spesso trovarsi davanti a proposte di brani musicali non sempre coerenti con la natura liturgica del rito. Tali “stranezze musicali” – che possono includere canti di matrice para-liturgica o composizioni emotivamente suggestive ma teologicamente deboli – pongono seri interrogativi agli operatori musicali della liturgia: è opportuno avvallare tali richieste in nome della sensibilità personale dell’ordinando, oppure è necessario esercitare un discernimento critico guidando gli interessati nella direzione del vero senso liturgico? Questa riflessione intende offrire criteri liturgici e musicologici per orientare le scelte, evitando sia rigidità sterili che concessioni improprie.
La natura della celebrazione di ordinazione
L’ordinazione sacerdotale non è un evento privato, bensì una celebrazione “pubblica” che manifesta la Chiesa nella sua dimensione più propria e interessa tutto il popolo di Dio radunato dal Signore per celebrare i sacri misteri. In quanto tale essa rientra nel cuore della liturgia sacramentale e manifesta:
- la dimensione ecclesiale del ministero (colui che viene ordinato proviene dalla Chiesa e ad essa è destinato; tutto quello che dice e compie, lo fa in nome di Cristo e della Chiesa sua sposa);
- la continuità apostolica, che assicura l’appartenenza alla Chiesa che nella professione di fede riconosciamo «una, santa, cattolica e apostolica», e ne garantisce la fede;
- il primato dell’azione di Dio sulla soggettività individuale, di quei riti e di quelle parole (per ritus et preces) che danno forma alla preghiera liturgica della Chiesa e sono “fonte e culmine” della sua spiritualità.
Da ciò deriva che la musica non può essere interpretata come espressione personale dell’ordinando, ma deve rispondere alla natura oggettiva del rito. Come in ogni altra celebrazione, i testi dei canti devono corrispondere alle antifone previste dal rito di ordinazione, che a sua volta esprime la natura del ministero e il significato più profondo di tale vocazione. Se è sempre valida la corrispondenza tra lex orandi e lex credendi, che potremmo forse parafrasare col motto “Dimmi come preghi e ti dirò in chi credi”, a maggior ragione la liturgia di una ordinazione deve brillare per fedeltà alla norma della preghiera contenuta nel Pontificale Romano e negli altri libri liturgici. Prima ancora di essere questione normativa, si tratta di dimostrare la fedeltà alla Sposa – la Chiesa -, che nelle preghiere e nei gesti, nei canti e azioni dei ministri e di tutto il popolo di Dio ritrova la sorgente della sua spiritualità e riscopre la propria missione nel mondo.
Con umiltà, allora, l’ordinando, e con lui tutti coloro che si dedicheranno a preparare la celebrazione dell’ordinazione, prima ancora di introdurre canti nuovi e più o meno vicini alla sensibilità personali, dovranno scoprire o ri-scoprire la ricchezza dei testi liturgici (orazioni, antifone e canti) entrando nello spirito della liturgia e scegliere quali testi, quali melodie e quali strumenti musicali possano lasciar trasparire e irradiare sui fedeli il mistero che si celebra. La musica e il canto diverranno così veicolo del mistero, Parola di Dio cantata, azione sacra di tutta la Chiesa.
I criteri della musica liturgica
Come sappiamo, la Chiesa «approva e ammette nel culto divino tutte le forme della vera arte, purché dotate delle qualità necessarie».1 Secondo il Magistero conciliare, dunque, è ammessa quella musica che possiede alcune caratteristiche o qualità fondamentali:
- la santità: «la musica sacra sarà tanto più santa quanto più strettamente sarà unita all’azione liturgica».2 Non si tratta di aggiungere canti alla celebrazione, ma di cantare quei testi previsti, considerando le parti dell’Ordinario e valorizzando le antifone e i salmi previsti dal rituale. Proprio tali testi aiuteranno i fedeli a comprendere spiritualmente ciò che si celebra e a partecipare interiormente ed esteriormente alla celebrazione. A titolo di esempio, si legga quanto riportato nelle premesse della Conferenza Episcopale Italiana al Pontificale Romano: «All’origine dell’elezione,della santificazione, della missione dei ministri, è una speciale effusione dello Spirito. Perciò non ci può essere rito di ordinazione senza l’invocazione dello Spirito Santo».3 E ancora: «I fedeli si uniscono in silenziosa supplica all’imposizione delle mani; partecipano con l’ascolto alla preghiera di ordinazione che confermano e concludono con l’acclamazione finale».4 E al n. 412: «È bene che la preghiera di ordinazione sia cantata. Tuttavia, poiché i testi sono lunghi, si può cantare la sola parte essenziale e proclamare le altre parti. La risposta conclusiva dell’assemblea è bene che sia sempre cantata». Quello dell’ordinazione è un momento centrale ed importante, che dev’essere, dunque, debitamente valorizzato col canto della preghiera di ordinazione da parte del Vescovo che presiede e l’“Amen” finale di tutta l’assemblea. Così il Vescovo, se in grado di proclamare ciò che gli spetta in canto, diventa il primo testimone di una liturgia solenne perché celebrata secondo i diversi registri sonori richiesti.
- Bontà delle forme: si tratta della qualità estetica e della dignità musicale del brano scelto. Melodie non banali, testi biblicamente ispirati e poetici nella loro formulazione, forme adatte alla liturgia garantiscono un tratto di bellezza necessaria all’incontro tra Dio e il suo popolo;
- Universalità: capacità di essere accolta dalla comunità ecclesiale. Spesso coloro che partecipano ad una ordinazione possono provenire da ambienti diversi, più o meno partecipi al canto, e magari abituati a generi diversi. L’ordinando, allora, d’intesa con l’Ufficio Liturgico Diocesano e con coloro che si occuperanno di cantare e suonare alla celebrazione d’ordinazione, dovranno scegliere un repertorio capace di non sacrificare né i testi propri previsti dal rituale né la partecipazione dell’assemblea. Come per ogni altra celebrazione, non tutti devono cantare tutto: si tratta di far dialogare l’assemblea col coro ed il solista, non dimenticando il canto di chi presiede.
A queste qualità si aggiungono criteri specificamente liturgici validi per ogni celebrazione:
- l’aderenza al testo rituale;
- la funzionalità al momento celebrativo;
- la subordinazione alla Parola e al gesto sacramentale.
Brani scelti unicamente per valore affettivo o per gusto personale rischiano di compromettere tali criteri.
Le “stranezze musicali”: fenomenologia e criticità
Le richieste problematiche più frequenti possono includere canti non liturgici (ad esempio di ispirazione pop-religiosa), brani strumentali estranei alla tradizione ecclesiale, testi teologicamente generici o individualistici, musiche che evocano contesti emotivi più che ecclesiali. In questi casi la musica non interpreta il rito, ma lo sovrasta o lo devia; essa, invece di essere “parte integrante e necessaria” della liturgia, diviene una generica colonna sonora, che volendo, ad esempio, sottolineare un particolare momento, finisce per sovrapporsi alla stessa liturgia.
Avvallare o guidare? Il ruolo degli operatori liturgici
L’organista, il direttore del coro e la guida del canto assembleare non sono meri esecutori, ma custodi del vero spirito della liturgia. Essi hanno il compito di educare al senso liturgico, accompagnare con carità e verità il discernimento dell’ordinando, garantire la coerenza celebrativa. Non si tratta di “giudicare” in senso autoritario, bensì di discernere cum Ecclesia. Tuttavia, ciò implica anche la capacità di dire dei “no” motivati. Avvallare indiscriminatamente ogni richiesta ridurrebbe la liturgia a evento soggettivo e indebolirebbe la formazione liturgica creando precedenti diseducativi.
Verso un equilibrio: criteri operativi
Per affrontare concretamente queste situazioni, potrebbe essere utile:
- avviare un dialogo previo incontrando l’ordinando per comprendere le motivazioni delle scelte;
- proporre alternative offrendo brani liturgicamente adeguati con analoghe caratteristiche espressive;
- introdurre una gradualità educativa, che evita contrapposizioni rigide e, nello stesso tempo, orienta le scelte;
- partire sempre dalla liturgia e riferirsi al rito, prima ancora che ai gusti musicali;
- coinvolgere l’Ufficio Liturgico Diocesano e/o coloro che sono soliti curare queste celebrazioni; così si condivide un giudizio unico e si forma una mentalità sinodale.
Conclusione
Le cosiddette “stranezze musicali” degli ordinandi rappresentano una sfida significativa per la prassi liturgica contemporanea. Esse rivelano, da un lato, il desiderio di personalizzazione, ma dall’altro una fragilità nella formazione liturgica.
La risposta non può essere né il permissivismo né il formalismo, bensì un discernimento competente e pastorale, capace di coniugare fedeltà alla liturgia e attenzione alla persona.
In definitiva, la domanda “avvallare o guidare?” trova una sintesi adeguata in un terzo verbo: educare. Solo attraverso una formazione solida e condivisa sarà possibile restituire alla musica liturgica il suo autentico ruolo: essere segno, voce e servizio del mistero celebrato.
Concludo questa breve riflessione riportando il pensiero di Papa Leone, il quale con audacia riconosce come nelle nostre diocesi e parrocchie ci sia bisogno di «iniziare percorsi biblici e liturgici» che aiutino «i fedeli a comprendere per mezzo dei riti, delle preghiere e dei segni sensibili, il mistero di fede che si celebra»,5. Lo stesso Pontificale Romano raccomanda che i riti di ordinazione siano «oggetto di una catechesi preparatoria»6 con la quale i fedeli sono interiormente aiutati a comprendere tutta la ricchezza dei testi eucologici che costituiscono il rito di ordinazione. Nella catechesi si potrebbero approfondire le radici bibliche delle antifone e dei testi eucologici, leggendo e commentando anche i testi dei canti. Il ritrovarsi dei diversi collaboratori chiamati a garantire una liturgia sobria ed autentica in occasione dell’ordinazione, potrebbe costituire l’occasione propizia per iniziare un cammino di formazione liturgica diocesano e/o parrocchiale, così come auspicato da Papa Leone nel solco della riforma liturgica avviata dal Vaticano II.
Note
- Costituzione sulla sacra liturgia Sacrosanctum concilium, 112.↩
- Ibidem.↩
- Pontificale Romano, p. 12.↩
- Ivi n. 7.↩
- Papa LeoneDiscorso ai partecipanti al corso di pastorale liturgica promosso dal Pontificio Istituto liturgico Sant’Anselmo, 17 novembre 2025, in www.vatican.va↩
- Pontificale Romano, Premesse generali, n. 7.↩