per conoscere

«Contemplando la luce della sera»

Daniele Piazzi

Un ponte tra «terra» e «cielo»

Tra le realtà creaturali che hanno ricevuto nelle diverse culture e religioni una forte carica simbolica è l’esperienza primordiale della luce, che si spegne e si riaccende. In assoluto il vero «lucernario» lo celebra il cosmo nell’alternanza tramonto/alba, tenebra/luce, alternanza ben viva in quelle regioni dove il calendario è lunare e in quelle liturgie dove il giorno liturgico inizia con il tramonto.

Del resto è questa la prima parola con potenza creatrice, che Dio proclama sulla distesa primordiale delle acque: «Sia la luce!» (Gn 1,3), generando la separazione tra la notte e il giorno.

Nascono così metafore di rinascita, di risurrezione. La stessa liturgia delle ore è memoriale quotidiano del mistero pasquale, perché celebra l’ingresso nella notte, gravido di attese e di paure, e riesplode contemplando l’avvicinarsi dell’aurora, «rosseggiante di luce» (aurora lucis rutilat).

Non ci sono solo sole e luna. La stella vespertina (Hèsperos -Vesper) e la stella mattutina (PhòsphorosLucifer), Venere, è l’astro gemino che annuncia il tramonto e è scintilla del giorno imminente. L’arrivo della tenebra è sempre foriero di angoscia, di paura del male. Anche noi occidentali, inconsciamente, esorcizziamo il buio ancor più delle culture ancestrali e illuminiamo a giorno la notte e abbiamo smesso di contemplare gli astri che Dio ha collocato per illuminare la notte (Gn 1,16) e così metabolizzare la morte, che spesso ostracizziamo.

Non ha più valore apotropaico e scaramantico, ma anche noi «accendiamo» la luce, per superare la paura del buio e della morte e poter vegliare, per non lasciarci ghermire dai «gemelli veloci», come li chiama Omero nell’Iliade (canto xvi), soprattutto dal sonno (Hýpnos), che ha già il sapore dell’inazione della morte (Thànatos). Sono, infatti, figli di Nox (la notte) e Erebus (il buio dell’abisso degli inferi). Così ereditano anche i cristiani la luce come simbolo, come capace di rappresentare la speranza nel futuro, che solo Dio garantisce, e nella vittoria incessante sulla tenebra e sul male, in attesa della battaglia definitiva.

Fin dai primi secoli, (forse uso ereditato dalla liturgia ebraica?), già Tertulliano nella sua Apologia annota che la sera si prega «post aquam manualem et lumina» (39,18), lavate le mani e accesi i lumi. Questo gesto necessario, per vedere nella notte, avrà ritualizzazioni diverse nelle famiglie liturgiche cristiane, ma tutte legate alla preghiera della sera o alle veglie nella notte.

Luce e lumi

È ovvio che si accende una luce per vederci nel buio. Ma non solo. La luce è anche ingrediente della festa e dei colori. Si accende una luce per tenerla accesa. Il passo dal contesto domestico alla ritualizzazione è breve e troviamo in ogni famiglia liturgica tutti i gesti del quotidiano. È sempre un gesto propedeutico a quello che segue: entrare nella notte, vegliare con una luce accesa, camminare con una fiaccola, leggere, circondare di luce (una immagine, una statua …) onorare ospiti a tavola, creare una atmosfera di accoglienza, illuminare (far vedere meglio) oggetti sacri (croce … evangeliario … reliquie).

Nel rito romano-franco al primo posto sta, una volta all’anno, l’accensione del cero pasquale alla luce del quale si ascoltano le scritture, si battezza e si torna a fare eucaristia. A quella luce si salutano anche i fratelli e le sorelle defunti. Si accendono luci sulla mensa eucaristica, perché sia mensa festiva. Si consegnano luci ai neofiti, grandi o piccoli. Si cammina con lumi in mano alla processione del 2 febbraio e così in altri riti popolari.

Tutti queste ritualizzazioni hanno in comune il gesto più ovvio: l’accensione di una luce. E come in tutti riti si dice perché lo si fa: si canta quel gesto, si prega durante o dopo quel gesto. L’antico inno vespertino, conservato nella liturgia bizantina, il «Phòs ilaròn / O luce gioiosa» è un antico inno alla accensione delle lampade, la cui origine è sconosciuta, ma è considerato così antico da risalire almeno al IV secolo d.C. Viene descritto da Basilio Magno († 379) come un inno «antico», così vecchio da non conoscerne l’autore:

Φῶς ἱλαρὸν ἁγίας δόξης
Luce gioiosa della santa gloria
ἀθανάτου Πατρός,
del Padre immortale,
οὐρανίου, ἁγίου, μάκαρος,
celeste, santo, beato,
Ἰησοῦ Χριστέ,
o Gesù Cristo!
ἐλθόντες ἐπί τήν ἥλιου δύσιν,
Giunti al tramonto del sole
ἰδόντες φῶς ἑσπερινόν,
e, vista la luce vespertina,
ὑμνοῦμεν Πατέρα, καί Υἱόν,
inneggiamo al Padre, al Figlio
καί ἅγιον Πνεῦμα, Θεόν.
e allo Spirito Santo, Dio.
Ἄξιόν σε ἐν πᾶσι καιροίς
È cosa degna in ogni tempo
ὑμνεῖσθαι φωναίς ὡραίαις,
cantarti con voci armoniose,
Υἱέ Θεοῦ, ζωήν ὁ διδούς,
o Figlio di Dio, tu che ci dai la vita:
διό ὁ κόσμος σέ δοξάζει
perciò l’universo proclama la tua gloria

 

Per ascoltare vengono offerte due versioni:

una più “normale”

e l’altra più concertistica:

La luce «vespertina»: il lucernario

Ho fatto anch’io quello che non si dovrebbe. Come uno studente a caccia della traduzione in rete, ho inserito nei vari portali «pastorali» e su YouTube la ricerca lucernario – rito della luce e simili. Si trovano le più disparate soluzioni rituali. Per evitare di sparlare di alcune ed elogiare altre in base ai miei gusti, ho elaborato una serie di criteri che, ovviamente secondo me, vanno tenuti presenti quando spunta la voglia di mettere lucernari ovunque.

a.
Criterio principe è che ogni tradizione liturgica, appena accesa la luce fa dell’altro. È rito introduttivo, quindi misurato nell’oggetto e nel tempo.
b.
Il rito in genere prevede un inno alla luce o che celebra il tramonto e delle preghiere ad hoc. Anzi, a volte ci sono solo preghiere e inni denominati Lucernario, ma non si accendono luci. Si celebra il tramonto del sole, che annuncia invece che la vera Luce, Cristo, non tramonterà mai (cfr. Anthologhion, vol. 1, Lipa, Roma 1989, 141-153). Come indicavo nel primo paragrafo, quel che va sottolineato, accesa o non accesa una lampada, è il passaggio cronologico dalla luce alla tenebra, come attesa della luce escatologica. Esagero: non è certo la lucina di una candelina che sostiene la speranza cristiana, ma l’alba che certamente verrà!
c.
Due versetti salmici caratterizzano i riti della sera: «Il sole ha conosciuto il suo tramonto. Hai posto le tenebre e si è fatto notte» (Sal 103,19b-20a); «Signore, a te grido, accorri in mio aiuto; porgi l’orecchio alla mia voce quando t’invoco. La mia preghiera stia davanti a te come incenso, le mie mani alzate come sacrificio della sera» (Sal 140,2).
d.
La liturgia romano-franca ha un unico grande lucernario che apre la madre di tutte le veglie, la veglia pasquale e non ne contempla altri. In quel lucernario hanno risalto il fuoco nuovo, dal quale si accende il cero e il preconio pasquale. Nell’anno liturgico accende il cero per 50 giorni e poi solo a battesimi ed esequie… (lo dico sottovoce: non sarebbe il caso di mantenere questo uso sobrio del cero pasquale, per non estenuarne il simbolismo, usandolo in tutte le salse?). Non so a voi … a me fa un po’ strano che si dia una candela accesa dal cero e poi la si spegne e si riaccende alla liturgia battesimale e poi la si rispegne … d’accordo … si sporca il pavimento con tutta quella cera!!! …altro clima si respira qui:

https://youtu.be/hxfoRTn34O4?si=Y7Ox_DhIiM1Puo8l

e.
Ci sono riti di consegna di una candela, soprattutto ai neofiti. La riforma del rito battesimale la fa accendere al cero pasquale.
f.
Il 2 febbraio l’accensione dei ceri è senza solennità e rito principale è camminare con i ceri accesi verso Cristo, l’altare.
g.
Si è diffusa la Corona d’Avvento, ma non è un lucernario, perché non separa il giorno e la notte. Si sottolinea il cammino verso il Natale, questa sì che è invece solennità corredata da orazioni e prefazi che cantano la Luce-Cristo: «Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo» (Gv 1,9).
g.
La liturgia delle ore del rito romano non contempla il lucernario. Lascia agli inni, ai salmi di invocazione, alle intercessioni (vedi preghiera per i defunti) e alle orazioni vespertine delle quattro settimane del salterio sottolineare il momento critico del passaggio dalla luce alla notte. In quell’ora quotidiana e buia il timore del peccato e il terrore della morte possono solo risolversi nell’attesa dell’aurora. Ne deduco il suggerimento di privilegiare, nel comporre i repertori di comunità religiose o parrocchiali, antologie di inni davvero vespertini, che celebrino il tramonto e di inni alle Lodi che celebrino il sorgere del sole.
i.
C’è però da riconoscere che, nei cosiddetti tempi forti, inni e orazioni celebrano un determinato tempo liturgico e il riferimento al momento cosmico è lasciato ai salmi vespertini, riferimento che sfugge ai più. Qualche liturgia ha mantenuto quotidianamente l’originario riferimento al tramonto e qualche liturgia non lo ha perso nei diversi tempi dell’anno?

Un lucernario quotidiano: i vespri ambrosiani

Tra le liturgie latine, l’ambrosiana ha mantenuto il lucernario quotidiano accompagnato dall’incensazione dell’altare (che si può ripetere al Magnificat). La chiesa è semibuia, si entra con il turibolo, la croce, i cantari (= ceroferari) spenti e un accolito che porta una lucerna accesa. Davanti all’altare, dopo il saluto (Il Signore sia con voi) si intona il responsorio del lucernario, al ritornello si accendono i cantari, le candele dell’altare e le luci della chiesa. I cantari si mettono sull’altare e vi rimangono fino alla fine del vespro. Un lucernario solenne si può vedere qui, secondi vespri dell’Epifania nel duomo di Milano:

Come si vede lucernario e incensazione sono legati insieme come riti introduttivi prima dell’inno. Sottolineo che qui si parla di incensazione dell’altare, non offerta dell’incenso. La tradizione liturgica latina brucia incenso sull’altare solo nel giorno della sua dedicazione. Forse perché allergica ad antichi usi politeistici o del tempio di Gerusalemme… chi lo sa!

Dopo il lucernario e l’incensazione si canta l’inno. È da sottolineare che la liturgia ambrosiana la domenica e nelle ferie privilegia gli inni che celebrano l’ora corrispondente al vespro: il tramonto.

Il volume Psallite Deo nostro. Repertorio di canto ambrosiano, Libreria Musicale Italiana, Lucca 1999, alle pagg. 74 – 75 offre la melodia di quattro responsori per il lucernario, nel breviario sono molti di più:

Quoniam tu illuminas,

Dominus illuminatio mea,

https://youtu.be/R-cHgmuqMqE?si=j010DA1dAq2By99p

O Dio, tu sei la mia luce,

Come nube d’incenso (non trovato in YouTube)

Altri ancora si possono rintracciare:

Chi mi segue ha già vinto le tenebre,

O viva fiamma della mia lucerna,

Senza moltiplicare le parole, la liturgia ambrosiana fascia con un unico responsorio: accensione delle luci e incensazione dell’altare, luce e incenso. Si traducono in segni visivi i salmi vespertini che ho già citato: «Il sole ha conosciuto il suo tramonto. Hai posto le tenebre e si è fatto notte» (Sal 103,19b-20a); «La mia preghiera stia davanti a te come incenso, le mie mani alzate come sacrificio della sera» (Sal 140,2).

Un lucernario ebdomadario: i primi vespri della domenica a Bose

Una liturgia molto più recente apre i primi vespri del giorno della risurrezione con il lucernario e l’offerta dell’incenso. La struttura è semplice. Omessi introduzione e inno si esegue

  • Il canto Phòs hilaròn mentre si accendono le lampade,
  • seguono altre strofe (a scelta) che accompagnano l’offerta dell’incenso,
  • una orazione che, senza dimenticare il tramonto del sabato che apre la domenica, richiama il tempo liturgico che si sta celebrando.

Trascrivo qui per utilità dei lettori l’apertura dei primi vespri delle domeniche ordinarie (prima settimana), come si può trovare nel volume Preghiera dei giorni, Gribaudi, Torino 19933, 350-351


Schema per l’apertura dei primi vespri delle domeniche ordinarie (prima
settimana)

Tempo   ordinario
PRIMA SETTIMANA
Lucernario I

Ai primi vespri del sabato sera (per aprire la domenica) o alla vigilia delle feste si può celebrare questa liturgia della luce sostituendola all’Introduzione e all’Inno.

CANTO DELLA LUCE – PHOS ILARON

Mentre si canta questo inno si accendono le lampade.

R. O luce radiosa,
splendore eterno del Padre,
santo e beato Gesù Cristo.

Venuti al tramonto del sole,
contemplando la luce della sera,
noi cantiamo al Padre, al Figlio
e allo Spirito santo di Dio. R.

Tu sei degno di essere lodato
da voci sante in ogni tempo.
Figlio di Dio che doni la vita,
l’universo proclama la tua gloria. R.

Durante questo canto si può fare l’offerta dell’incenso.

da J. H. Newman

Guidami tu, luce gentile,
guidami nel buio che mi stringe,
la notte è oscura e la casa lontana,
guidami tu, luce gentile. R.

Guida i miei passi, luce gentile,
non chiedo di vedere lontano,
mi basta un passo e solo il primo,
guida i miei passi, luce gentile. R.

Ho voluto scegliere e vedere la mia strada,
ma tu dimentica quei giorni,
guidami finché la notte sia passata,
guidami tu, luce gentile. R.

Oppure:

da Gregorio di Nazianzo

Noi ti benediciamo, o Cristo, Verbo di Dio,
luce da luce senza principio,
tu il Servo obbediente e fedele,
ci doni lo Spirito senza misura. R.

Hai plasmato la faccia della terra
quale riflesso della tua bellezza,
hai illuminato la mente dell’uomo,
hai dato sapienza alla ragione. R.

La tua luce eterna brilla nelle tenebre,
perché l’uomo scopra il tuo splendore,
per questo noi ti ringraziamo,
tu che regni con il Padre e lo Spirito santo. R.

P. Il Signore sia con voi.
E con il tuo spirito.

P. Preghiamo:

O Dio onnipotente, noi ti benediciamo in quest’ora vespertina, perché
attraverso il tuo Verbo tu hai vinto le tenebre e hai fatto rifulgere la
luce: spandi nei nostri cuori la luce dello Spirito santo, affinché in
Cristo tuo Figlio ti invochiamo e ti riconosciamo Padre benedetto nei
secoli dei secoli. Amen.

 Segue la salmodia.

Si può ascoltare qui la versione di Bose del Phòs hilaròn, previsto al lucernario.


Concludendo: se proprio si vuole «copiare» da altre ritualità, incuneandole in sequenze rituali ben consolidate del rito romano (che comunque «puro» non è mai esistito!), lo si faccia con scienza, prudenza, con semplicità, essenzialità e soprattutto …brevità!

 


 

Autore

  • Don Daniele Piazzi è stato ordinato nel 1982 presbitero della Diocesi di Cremona, è responsabile dell'Ufficio Liturgico Diocesano. In Diocesi ha coordinato il gruppo di uffici per la revisione dei cammini di iniziazione cristiana dei ragazzi dal 2004 al 2016. Conseguite licenza (1988) e dottorato (2002) in Liturgia Pastorale all'Istituto S. Giustina, vi ha insegnato Storia dei Libri Liturgici. Dal 1990 al 2020 è stato redattore di Rivista di Pastorale Liturgica dell'Editrice Queriniana di Brescia. Ha insegnato Liturgia e Teologia dei Sacramenti all'ISSR di Mantova, o insegna ancora all'ISSR interdiocesano "S. Agostino".

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