L’esperienza di un Carmelo teresiano
Dalla Rivelazione alla Liturgia…
La parola luce (con altri termini legati al suo campo semantico: lampada, stella, splendore, fulgore, brillare, illuminare, rischiarare…) attraversa da un capo all’altro la Rivelazione biblica, come una grande inclusione: la troviamo dall’inizio di Genesi1 e al termine di Apocalisse2. È la prima realtà creata, indispensabile alla vita. Nel compimento questo inizio è superato: a illuminare è l’esperienza diretta del Signore. Questo solo riscontro ci fa subito intuire che la luce rivela in modo privilegiato qualcosa del mistero di Dio. Ma è soprattutto nei Vangeli che questa parola, concentrandosi su Cristo (il Messia, il Consacrato) assume concretezza e disegna un volto, il Suo, Figlio di Dio fatto uomo. L’Incarnazione è descritta come il venire nel mondo della luce vera (Gv 1,9), alla sua nascita una luce avvolge i pastori (Lc 2,9), mentre il cammino dei Magi verso la mangiatoia è guidato da una stella (Mt 2,1). Simeone nel tempio riconosce nel neonato che tiene fra le braccia la luce per illuminare i popoli (Lc 2,28 ss). Quel Bambino una volta cresciuto, si definirà “luce del mondo” (Gv 8,12; 9,5) che rischiara il cammino di chi lo segue. E di luce brillerà il suo volto trasfigurato (Mt 17,2). Se al momento della morte in croce si fa buio su tutta la terra, la scoperta del sepolcro vuoto avviene all’alba di un giorno nuovo, con l’annuncio di uomini in abiti sfolgoranti (Lc 24,4).
Tanto divino splendore non può che riversarsi abbondantemente nei segni e nei testi della Liturgia, giungendo al suo culmine ogni anno proprio con il solenne lucernario nella notte di Pasqua.
…alla Vita Consacrata
Il simbolo della luce tocca anche, e in modo peculiare, la teologia e i riti della Vita Consacrata. Solo per accenno, richiamo l’Esortazione Apostolica Vita Consecrata, in cui San Giovanni Paolo II indica nell’icona del Cristo Trasfigurato la possibilità di cogliere “in una visione d’insieme i tratti essenziali” della chiamata ad una vita “cristiforme”3. In essa, per dono dello Spirito, l’appartenenza a Dio che accomuna tutti i battezzati si manifesta con un particolare radicalismo evangelico, nelle diverse espressioni della vita attiva e contemplativa. È ancora una festa piena di luce il 2 febbraio, Presentazione del Signore al Tempio, e data scelta nel 1997 dallo stesso Giovanni Paolo II come giornata della vita consacrata.

Nei Riti della Professione Perpetua o Solenne di vari Ordini religiosi e monastici è consuetudine che la candidata porti o offra una lampada accesa o un cero: così è per le Sorelle Povere di Santa Chiara e per le Benedettine (che utilizzano il cero pasquale), per le Agostiniane, nella Consacrazione delle Vergini e per le Domenicane (che portano la loro lampada nella processione di offertorio).
Il rituale delle Clarisse, unico tra quelli consultati in occasione della stesura di questo articolo4, richiede espressamente l’uso del cero pasquale, a cui viene attinta la fiamma per la lampada della candidata con esplicito riferimento al Battesimo; oppure è data la possibilità che la monaca si presenti con la lampada già accesa, mentre viene cantata un’antifona che evoca la parabola delle vergini in attesa dello sposo5:
Proclamato il Vangelo i fedeli siedono, mentre la candidata rimane in piedi. Il diacono o la maestra introduce il rito con queste o simili parole:
Fratelli e sorelle, ha inizio il rito della professione religiosa.
Sr. N accende la lampada al cero pasquale, segno della fede battesimale nella quale ha perseverato fino ad oggi.
La candidata riceve dalla madre abbadessa la lampada o la candela e, dopo averla accesa al cero pasquale, si reca davanti al celebrante.
Oppure:
Proclamato il Vangelo, i fedeli siedono, mentre la candidata rimane in piedi con la lampada accesa. Si canta l’antifona seguente o una simile:
Antifona:
Vergini prudenti, preparate le vostre lampade:
ecco lo Sposo, andategli incontro.
Nell’Ordine delle Carmelitane Scalze non è previsto che la candidata alla Professione Solenne rechi con sé una lampada. Nondimeno, tutto l’Ordine, monache e frati, manifesta l’inscindibile legame tra il Battesimo e la vocazione alla vita consacrata rinnovando i voti durante la Veglia Pasquale, subito dopo le Promesse Battesimali6, recando ancora in mano il cero acceso. La nostra Comunità ha scelto anche la Solennità dell’Epifania come giorno in cui ogni Sorella può confermare nuovamente l’offerta della sua vita a Cristo Sposo.
L’esperienza della nostra Comunità (iniziando da un particolare autobiografico)
Dopo una prima esperienza di Rito della Luce e offerta dell’incenso il 2 febbraio 2000 (Giubileo dei Religiosi), è stato in occasione dei Secondi Vespri dell’Epifania che si è introdotto, tra il versetto iniziale e l’Inno, il canto del Lucernario, con una melodia ricevuta dalle Sorelle del Carmelo di Legnano. Entrare nel coro in penombra, con una sola candela che ardeva davanti al Presepe, e accendere poi le luci progressivamente durante il rito, non è stato tecnicamente semplicissimo, ma…ci siamo riuscite!
A dire il vero, l’idea era maturata a partire da un evento personale: la “delusione” che ho provato nell’accostarmi alla Liturgia delle Ore secondo il Rito Romano dopo anni di consuetudine con la “Diurna Laus” ambrosiana, a cui ero stata educata in Parrocchia fin da ragazzina.
Iniziavo le Lodi mattutine con il Benedictus, leggendo la citazione di Sant’Ambrogio della didascalia: “O Sole vero, irràdiati!”, e al tramonto cominciavo i Vespri con il Rito della Luce, cantando al Signore, “viva fiamma della mia lucerna”, a cui chiedevo di “illuminare il mio cammino…nella lunga notte”7. E a me, non ancora ventenne in discernimento vocazionale, il cammino pareva lungo e oscuro, come quella notte cantata da San Giovanni della Croce.
Negli anni abbiamo ripetuto l’esperienza, con modalità leggermente diverse, ma cercando di conservare alcuni punti fermi:
- il progressivo passaggio dal buio alla luce durante il canto;
- la sobria semplicità che distingue la Liturgia del Carmelo;
- la struttura responsoriale del Lucernario.8
Sono state scelte alcune Solennità e feste in cui il tema della luce è già presente (in particolare: l’Epifania, come già detto, la Presentazione del Signore al Tempio, la Trasfigurazione) e, attraverso il canto e il segno della fiamma delle candele, abbiamo cercato di irradiare la luce che è Cristo attraverso la nostra preghiera.
Occasionalmente il Rito della Luce è stato inserito con identica modalità in alcune celebrazioni vespertine condivise con i fedeli, per orientare lo sguardo e il cuore a Cristo, unica vera luce del mondo, e alla Sua parola “lampada ai nostri passi” (Sal 118,105)
In modo diverso, usiamo e valorizziamo il simbolo della luce nella Solennità di Pentecoste, in cui l’Ufficio delle Letture ha carattere di Veglia: prolunghiamo la preghiera con l’ascolto delle Letture previste dal Lezionario e con un’ampia intercessione. Durante questo momento, mentre le nostre voci si alternano nel canto e nella preghiera, ogni Sorella depone nel luogo preparato la sua piccola fiamma: alla fine i lumi divengono un incendio di luce, segno di una preghiera che trova la sua forza nella comunione, salendo al Padre nello Spirito. A conclusione dei Secondi Vespri di Pentecoste viene spento il cero pasquale: il gesto, sobrio, è accompagnato da una preghiera che ci ricorda la continua presenza di Cristo nella Chiesa e il nostro impegno di testimoniare la Sua Pasqua.
Non possiamo mai dimenticare la notte che il mondo attraversa, radicalmente differente da quella cantata dal nostro Padre San Giovanni della Croce, simbolo positivo di eccedenza della luce divina e della sua azione in noi: “Oh! Notte che guidasti! / Oh! Notte dolce molto più dell’alba!”9. La notte è “dolce”, perché è momento privilegiato dell’amore, luogo dove l’infinita distanza tra Dio e noi è superata dalla fede, in una trasformazione interiore che ci rende per Grazia simili a Lui. Oggi viviamo spesso la notte del non senso, o, peggio, del “senso non più cercato”, la notte dell’individualismo egoista e disgregante.
Torna alla memoria l’immagine che di recente vari autori hanno richiamato, in riferimento ai consacrati: quella del “servus lampadarius” che, anticamente, precedeva di qualche passo il suo padrone tenendo in mano una fiaccola accesa. Non gli illuminava tutta la strada, ma il tratto sufficiente a porre passi sicuri. Anche noi non abbiamo la pretesa di rischiarare la lunga notte del mondo – solo il Cristo luce delle genti ha questo potere – ma possiamo tenere ben alta la fiamma della fede e irradiare di Vangelo e di speranza pasquale chi a noi si avvicina.
Maria grembo della Luce
Il campo semantico della luce si ritrova, generalmente con tono discreto e immagini più contenute, anche in riferimento alla Vergine Maria, “aurora di salvezza”10, “Figlia di Sion tutta splendore”11. È il gesto più consueto della fede semplice accendere un lume davanti a un’immagine della Madre di Dio, quasi a prolungare davanti a lei la nostra presenza e la nostra preghiera. In modo più consapevole, con quel semplice segno noi richiamiamo tutto il mistero della Salvezza in Cristo Gesù, luce del mondo.
Al Carmelo (sia maschile che femminile), ogni sabato, nelle feste e nelle Solennità mariane, si canta la Salve Regina, entrando solennemente in processione nel coro già tutto illuminato, ogni sorella con in mano un cero acceso: nel “già e non ancora” del nostro cammino terreno, rendiamo grazie a Colei che con il suo sì incondizionato ha dato al mondo la luce, che le tenebre non potranno mai sopraffare12.
Da ultimo: un segno ecumenico
Proprio pochi giorni fa, un sacerdote ha voluto celebrare con noi il suo anniversario di Ordinazione. A lungo impegnato nel dialogo ecumenico come Delegato per la sua Diocesi, prima di salutarci ci ha lasciato un regalo inatteso, con l’intenzione, da parte sua, di un vero passaggio di testimone. Ci ha donato, infatti, una bella riproduzione della lampada ecumenica uniflamma che arde incessantemente nella Basilica di San Nicola a Bari, e che egli aveva ricevuto dal Patriarca di Costantinopoli, Bartolomeo.
A forma di caravella, sopra il mezzobusto di San Nicola, una sola fiamma centrale, simbolo dell’unica fede, è alimentata da due distinte lampade, la tradizione d’Occidente e quella d’Oriente.
In questa consegna è racchiuso l’invito o, meglio, la conferma della nostra vocazione alla preghiera per la Chiesa e la sua unità, e per la pace nel mondo. Da questo prezioso segno ricominceranno i nostri lucernari.
NdR: Ringraziamo la Comunità delle Monache Carmelitane di Tolentino (MC) per aver messo a disposizione le fotografie pubblicate in questo articolo, relative alla Celebrazione Eucaristica del 30 ottobre 2022 con il rito della dedicazione dell’altare, dell’ambone e del tabernacolo nella chiesa del loro monastero ristrutturata dopo la riparazione e l’ingresso nel nuovo monastero ricostruito a seguito degli eventi sismici del 30 ottobre 2016.