La luce, nelle sue infinite sfumature, accompagna da sempre la vita dell’uomo e il suo cammino spirituale. Non è mai soltanto un fatto fisico: essa diventa segno, linguaggio, presenza che interpreta il buio e ne svela il senso nascosto. L’articolo che segue ci conduce dentro questa tensione tra oscurità e chiarore, tra notte e aurora, là dove la liturgia – nel rito del Lucernario pasquale come nelle antiche grotte di devozione – accende un fuoco che illumina l’anima più che gli occhi. La parola poetica di Pessoa, i richiami alla tradizione cristiana e le suggestioni del pensiero contemporaneo si intrecciano in un percorso che invita a leggere la notte non come assenza, ma come attesa di rivelazione. In queste pagine scopriamo che la fiamma di un cero, fragile e umile, sa trasformare l’oscurità in linguaggio di fede, capace di unire memoria, speranza e comunità.
(La Redazione)
”A volte, nella penombra
della mia stanza, quando
per me stesso perfino
in anima esisto appena,
prende un altro senso
in me l’universo[ … ]
Se accenderanno i ceri
e non ci sarà solo
la vaga luce esterna
-di non so quale lucerna
accesa nella strada-vorrò cupamente
che Vita e Universo
nient’altro abbiano in loro
che il momento
che la mia vita è ora:un momento affluente
di un fiume che va sempre
al suo dimenticarsi [ … ]“
Fernando Pessoa, La Mummia, 1914-1917
È con questi versi lievi che Pessoa si ritira nella poetica, fugge sulle navi che hanno tolto l’ancora per raggiungere un momento della sua vita che, sfumando, esiste dove la luce è solo un’eco, un sussurro di speranza.
Non c’è immagine più umana e desiderio più rituale di questo “sentirsi al margine”, in un cammino attento, consapevole della propria fragilità e sicuro della salvezza della luce.
Il lucernario cristiano è esattamente il momento rituale che salva dalla notte: non caccia l’oscurità e non ne infrange le mura, ma ne solleva i veli e ne modifica le abitudini, riempiendola di senso, attualizzando un atavico bisogno di preghiera e di Esistenza che per l’essere umano è sogno di Dio.
Tutto è presente nella liminalità dell’atto: “il sentirsi” e il “non sentirsi”, il “vedersi” e il “non vedersi”, il “disperare” e poi lo “sperare”, il “perdersi” per “trovarsi”.
La luce della salvezza ci porta proprio nello stretto tempo di un ritrovarci uomini, la tensione del buio è la prova della nostra presenza nel mondo, della “carne” che aspetta un soffio spirituale, di un’attenzione a ciò che sarà poi “luce”.
Il lucernario, momento della fiamma pasquale, di veglia e di adunanza spirituale, custodisce la memoria profonda di un’umanità abbracciata nell’ombra, nell’attesa del ritorno, aspettando la salvezza.
È proprio quando si accenderanno “i ceri” che non ci sarà più attenzione per la condizione di fioca luce esterna e sarà il momento della vera illuminazione, interiore, intima, partecipata.
Il buio è quindi condizione esteriore; la luce, invece, interiore: entrambi presenti ma messi a fuoco nei diversi termini del rito.
Accendere un lume nel cuore della notte non è mai un gesto neutro; è un atto coraggioso, a volte corale, spesso comunitario, usato per tracciare un tempo, formare uno spazio.
Non è semplice visibilità, è osservazione del divino fatto in noi: è Dio che si manifesta come fiamma nel roveto, come stella d’oriente, come calore che non consuma.
È in questo modo che la luce, o l’assenza di essa, diventa esperienza del divino, illuminazione indiretta della coscienza umana.
Il rito del lucernario non esiste per illuminare, ma per dare senso al buio.
La luminosità è infatti capace di creare sfocature complesse, evidenziare i valori del rito, significare la memoria di quella notte portatrice di lumi.
Roland Barthes nel saggio La camera chiara, esponendo la sua teoria dell’immagine considera la luce un rivelatore di senso, essendo essa stessa fotografia, è sempre testimonianza di un qualcosa che è stato e non sarà più: la fotografia è letteralmente un’emanazione del referente, è indicale di ciò che ritrae, è la sagoma riflessa dal soggetto fotografico fatta in luce.
La luce è quindi non solo uno stadio ma soprattutto un passaggio tra un momento assente nel presente e rilevato nel passato e un momento futuro.
Così il cero non elimina il buio ma lo rende eloquente, lo crea linguaggio.
Si passa da una morte già avvenuta, ad una risurrezione da avverarsi nel mondo. La luce diventa ponte radiale tra visibile ed invisibile, tra passato e futuro, tra notte e giorno.
Cos’è l’alba infatti? È luce ma non giorno, lieve ombra ma non è notte. È la soglia sulla quale le forme propongono i loro spigoli, il varco sul quale le linee prendono ragione di essere per i nostri occhi, nell’albeggiare rassicurante che ogni parola tace.
Il legame tra luce e morte è ontologico. La luce annulla la morte, la sua assenza ne presentifica il ritorno ciclico. Le religioni distinguono un tempo lineare, quello della quotidianità, e uno sacro, quello del rito, ovvero dell’attualizzazione di un evento mitico.
La luce, seguendo quindi un movimento periodico e rinascente, è intervento rituale, rivelatrice di verità, santificazione del mondo per gli occhi umani.
”A volte, in giorni di luce perfetta ed esatta,
in cui vedi le cose hanno tutta la realtà che possono avere,
domando a me stesso piano
perché attribuisco io
bellezza alle cose.
[ … ]
Com’è difficile essere se stessi e non vedere se non il visibile.“
Fernando Pessoa
La grotta di San Michele Arcangelo, incastonata della roccia di Monte Sant’Angelo, in Puglia, è esempio vivo della forza semiotica della luce.
Lì la luce è scarsa e piena di senso. Non serve a vedere, ma a mostrare il divino, il sacro che sono la croce e le pareti di fredda roccia.
La grotta con il suo scavare nel profondo spazio umano, è esempio di luogo liminale, di passaggio; entrandovi è ovattamento di sensi, attesa di trasformazione: l’uomo è spoglio di fronte all’invisibile. San Michele Arcangelo è la figura che ci serve per tracciare una simbologia duale della luce. Anche lui, come quest’ultima, è il ponte tra ciò che si mostra e ciò che è nascosto, combatte le cose che agiscono l’essere umano e che non riusciamo a sfiorare sensibilmente; il suo incontro non avviene al sole, ma nella penombra di pietra, dove il brillìo di Cristo ci riporta a un tempo mitico e storico passato.
Il pellegrino, nel contatto con queste realtà “anfibie”, ne imita il messaggio passando da una condizione determinata ad una di indeterminatezza; è quasi una crisi della presenza, è momento di riflessione, di apertura spirituale in cui si è agiti dal divino.
Durante gli stadi liminali, gli individui sono fra e oltre la coscienza. È in questa fase che si esce al di fuori del tempo e dello spazio sociale: la luce nel rito è assente o appare in un preciso momento per significare la presenza del divino e il passaggio tra assenza e presenza.

30 agosto 2025
Questi attimi sono aiutati dalla sfocatura rituale, dalla luce fioca che concentra le menti e deconcentra i sensi, rendendo quindi capace l’essere umano di ricontattare il sacro che è già in lui. Ogni cosa che entra in contatto col divino è trasformazione, il paesaggio intorno a noi è trasformazione; e la luce che viaggia lo trasforma nuovamente.
Noi uomini rileviamo un termine e un inizio che si inseguono. Nella notte sorge la Luna, prima fioca ma presente illuminazione, poi dopo ore torna il giorno, la vita eterna si affaccia sul ciglio delle ombre.
La luce va e torna, come le onde sfumate sulle sabbie: è l’agente ciclico di un fenomeno più complesso, che è illuminazione.
La Grotta di San Michele, come il Lucernario Pasquale, ci dimostrano come la luce del Sacro non venga solo dall’alto, ma dal profondo passo umano, spesso in penombra o al buio di noi stessi.
È una luce che dona, una verità che non vuole imporsi e, segnalandosi schiarendo le pareti della stanza, chiede di sopravvivere al buio ed essere raccolta nella preghiera.
La notte è solo un frangente.
Bibliografia
- Barthes, Roland, La camera chiara. Nota sulla fotografia, trad. di Renzo Guidieri, Torino, Einaudi, 2003
- Pessoa, Fernando, Poesie di Fernando Pessoa. Testo originale a fronte, a cura di Maria José de Lancastre e Antonio Tabucchi, Biblioteca Adelphi (n. 614), Milano, Adelphi, 2013, 6ª edizione
- De Martino, Ernesto, La terra del rimorso. Contributo a una storia religiosa del Sud. Edizione curata da Marcello Massenzio, Torino, Einaudi, 2023.