gregoriano

C’è un futuro per il canto gregoriano?

Giacomo Baroffio
Testo originale in “Bollettino Ceciliano” 2016/1, 5-9.

La situazione del canto gregoriano oggi in Italia, e anche in altri Paesi, è molto confusa. A causa di differenti motivi. Ricordo i principali:

  1. la postura barcollante del magistero pontificio ed episcopale. Si oscilla tra proposizioni verbali elogiative – rese pressoché inutili da ripetizioni meccaniche – e assenza di interventi concreti a favore del gregoriano. L’atteggiamento di gran parte del clero è indifferente, spesso contrario, anche in modo deciso e con rabbia iconoclasta;
  2. la diffusa incertezza circa la sua identità e la sua collocazione nella Chiesa e nella società. Non si pongono interrogativi oppure non si danno risposte a domande fondamentali, come: che cos’è il canto gregoriano, quale il suo valore, quale spazio può o dovrebbe forse occupare;
  3. la confusione a livello interpretativo acuita dalla rivalità tra modalità assai diverse di cantare le melodie liturgiche. Spesso manca una formazione musicale e liturgica adeguata. Si applicano stili del tutto estranei al canto liturgico tradizionale (ad esempio, nell’esecuzione del climacus); ci si arena in un vicolo cieco, quando non si presentano alla ribalta ideologie e dubbi profili caratteriali nascosti da fragili nonché fuorvianti posizioni teoriche.

In questo panorama, piuttosto desolante, ci si chiede periodicamente se ci sia un futuro per il canto gregoriano. Sono fermamente convinto che ci sarà. Penso che occorra affrontare il problema in modo corretto, altrimenti non si potrà giungere a una soluzione soddisfacente.

Il momento presente precede sempre nel tempo, ma non genera quasi mai il futuro. Il presente si può prolungare nel tempo, dare qualche segnale di apparente vitalità ma, nell’arco di una generazione o di pochi decenni, può inaridire e sfociare in uno stato di stagnazione. Certo, persistono strutture solide. Molte, tuttavia, lo sono soltanto in apparenza. In realtà si trascinano vuote di contenuti e sono sorrette solo dalla rigidità di una disciplina esteriore e dalla forza d’inerzia dell’abitudine. In questa fase è forte il rischio che si moltiplichino inutili iniziative autoreferenziali.

A ottant’anni da quando ho iniziato a occuparmi di canto liturgico cantando in parrocchia l’ufficio e la messa da morto, le condizioni sono migliorate assai sotto vari aspetti. Si pensi alle innumerevoli edizioni di musica in pubblicazioni cartacee e ora in gran parte accessibili in rete, alla possibilità di leggere e ingrandire antichi manoscritti in splendide fotografie digitali, alla gioia di ascoltare innumerevoli esecuzioni attraverso radio, CD, DVD, YouTube e altri mezzi di comunicazione. Sono tante le occasioni che permettono di conoscere repertori ignoti, di confrontarsi con differenti e anche provocanti interpretazioni. È un arricchimento inimmaginabile a metà del secolo scorso. Tutto ciò – nonostante il numero infinito di duplicazioni – non ha la forza di superare o sfondare la barriera di un certo immobilismo di fondo. Il ponte verso il futuro, nonostante tante promesse e premesse affascinanti, sembra sospeso sul vuoto, come tante strade incompiute in Italia.

Il futuro, in realtà, è generato dal passato rivissuto nel presente. Affinché il presente si apra al futuro è necessario, infatti, che si ritorni alle origini, alla forza propulsiva creatrice e fantasiosa, all’entusiasmo umile capace di impegnarsi nella preghiera e nello studio, pronto ad affrontare il quotidiano e reggere il confronto con i propri fallimenti e altri ostacoli esterni. Si pensi a una realtà nota a tutti. Per evitare che le case religiose si riducano a pensionati per tristi brontosauri e zitelle inacidite, è necessario ritornare alle sorgenti, a vivere l’impulso originario dei fondatori. Chiunque essi siano, Benedetto o Francesco o Teresa d’Avila. Così anche nell’ambito del canto gregoriano è urgente fare un’analoga operazione di ressourcement, direbbero i francesi.

Il futuro si crea andando alle sorgenti, non con un movimento retrospettivo, all’indietro, di stampo archeologico e narcisistico. Ciò che conta è uno slancio in avanti, attingendo alla fonte originaria forza e suggestioni di rinnovamento, dinamiche innovatrici.

Questa, ora delineata a grandi tratti, è però soltanto una tappa. Si raggiungono le origini nel passato e si rileggono con gli occhi del presente per scoprire le vie del futuro. Quello che siamo soliti chiamare “canto gregoriano, canto romano-franco, canto liturgico tradizionale”, – sempre ‘canto’ diciamo per convenzione e abitudine – in realtà canto non è.

Il gregoriano nella sua radice profonda è la Parola di D-i-o alla quale il cantore ha spalancato le porte del cuore. È la Parola che egli profeticamente annuncia alla Chiesa. È, inoltre, la stessa Parola che il cantore innalza a D-i-o quale preghiera della Chiesa. Il canto aderisce alla parola con cui la Chiesa proclama i mirabilia Dei e invita i credenti a condividere la sua preghiera di lode e di supplica. È quanto accade, ad esempio, in tanti responsori e canti delle Ore. In altre parole, nell’universo del canto gregoriano si realizza il duplice movimento che contrassegna la liturgia cristiana: discesa e ascesa, santificazione della creatura e glorificazione di Di-o.

Se non si parte da questa realtà accolta, conquistata e vissuta ogni giorno, è inutile pensare al futuro del canto gregoriano. Usciranno nuovi articoli e libri che scandaglieranno fatti storici, tecnici, estetici, paleografici… senza futuro, finendo per impantanarsi in discussioni inutili, in risultati deludenti. Si faranno anche tanti ‘concerti’ davanti a platee affollate. Qui precipitiamo in una situazione che oscilla tra il ridicolo e il tragico. Pretendiamo di proporre una musica di oltre 1000 anni fa, senza neppure sapere come si cantasse allora. È un giardino grottesco abitato da tante pietre inanimate tenute in equilibrio da numerose congetture spacciate per dati incontrovertibili. D’altra parte, in prospettiva storica, è bene ricordare che la situazione del canto gregoriano è simile a quella di una zattera di ipotesi sballottata dai marosi di un oceano tempestoso d’ignoranza.

Dopo queste affermazioni sembrerebbe che tutto sia perduto e inutile. Al contrario. È ora di destarsi dal torpore spirituale e culturale, e cercare di raggiungere le fonti dell’acqua viva che alimenta il canto, nutre i cantori, rinnova la Chiesa. L’acqua viva è la Parola di D-i-o. Di fronte ad essa è d’obbligo assumere l’atteggiamento di curiosità / amore / attaccamento, che hanno i piccini nei confronti della voce della mamma e del babbo. “Lectiones sanctas libenter audire” ricorda san Benedetto.

Non è questione di imporsi una rigorosa ed estenuante disciplina, di affrontare un lavoro impervio. Nessuno ci obbliga a leggere la Bibbia in ebraico, anche se non sarebbe male condividere almeno questo desiderio con Teresa di Lisieux. Ci chiamiamo e siamo figli di D-i-o. La nostra gioia nasce dall’ascolto della sua voce, del timbro sonoro che ci raggiunge attraverso la mediazione del canto. Si tratta pur sempre di un cammino che ha una dimensione didattica ed esige una serie di impegni: trovare il tempo per leggere la Bibbia; avere la forza di spazzare via i pensieri, anche quelli buoni e positivi, che intasano mente e cuore; disporre di uno spazio di silenzio dove far risuonare la Parola con tutte le sfumature che essa può suscitare.

Un’indicazione pratica. Se non siamo abituati a fare della Bibbia il nostro libro di preghiera, imitiamo le sorelle e i fratelli che in Germania ogni giorno dell’anno ruminano una ‘Losung’, una parola d’ordine che apre e dilata il cammino quotidiano. Oltralpe è diffuso un libretto con una frase biblica per ogni giorno dell’anno in corso. Nei Paesi latini potremmo utilizzare facilmente come parola d’ordine il ritornello del salmo responsoriale oppure il verso dell’alleluia o il testo di un antifona (introito e comunione).

Un’altra via per entrare in sintonia con la Parola di D-i-o è quella di leggere tutta la Bibbia di seguito, un capitolo ogni sera, da Genesi ad Apocalisse, fermandosi a ruminare il testo lungo tutta la giornata. Oppure per un certo periodo ci si potrebbe concentrare su un versetto oppure un gruppo di versi o strofe di salmo. Sempre attenti a “recitare” un salmo con semplicità, nel cercare se stesso dentro ogni singolo salmo.

Quando raggiungeremo un minimo di familiarità con la Parola e avvertiremo la necessità di ruminarla quotidianamente, allora sentiremo anche il bisogno di rivestire la Parola con il suo manto regale: una melodia che permette alla voce di D-i-o di essere più penetrante, inconfondibile. Una melodia che scopre con delicatezza i tesori della Parola e ce li porge con trepidazione. Così li possiamo gustare, li lasciamo scendere nel profondo di noi stessi affinché dall’intimo plasmino e forse modifichino radicalmente la nostra vita.

La Parola ci rende allora profeti. Nel canto possiamo annunciare la speranza nel futuro che D-i-o solo può aprire e costruire. Per il bene di ciascuno e di tutti, nella Chiesa e nella società civile. Il canto gregoriano avrà un futuro a condizione che si faccia una precisa esperienza esistenziale. Mi permetto di raccontare un episodio di circa 40 anni or sono. Poi tireremo le conseguenze per il ricupero del gregoriano.

Alla fine di un lontano luglio, a Genova ho preso un treno per Roma. Il viaggio sarebbe durato circa sei ore. In uno scompartimento gremito, di fronte a me era seduta una giovane donna. Teneva sulle ginocchia un bimbo che stava dormendo, Nonostante i finestrini e la porta spalancati, si stava male. Tutti sudavamo ed eravamo oppressi dal caldo. Tutti, tranne il bimbo. Era sereno sotto il movimento regolare di un ventaglio che la mamma muoveva con delicatezza da destra a sinistra, da sinistra a destra, per tutta la durata del viaggio.

Il piccino tre volte scosse le braccine e cercò di aprire gli occhi mentre la mamma premurosa con una mano cercava di fare ombra, affinché la luce non abbagliasse il figlioletto. Dopo qualche tentativo, ecco che aprì un occhio, poi entrambi. Occhi che affrontarono la luce abbagliante, riuscirono a illuminarsi sempre più in un sorriso che si rifletteva in un altro sorriso, quello che trasfigurava il volto materno. Mamma e figlio passarono così alcuni secondi. Sembrava un frammento d’eternità. Poi il piccolo sbadigliò, si stiracchiò e riprese a dormire.

Il giorno seguente a Roma andai in un ufficio pubblico per una pratica. Ero in coda in una lunga fila. Quando cominciai a essere vicino allo sportello, fui in grado di sentire le parole dell’impiegato. Prima di consegnare un documento verificava di essere di fronte alla persona giusta. Nome, cognome, altezza, colore degli occhi e tanti altri particolari che permettevano di identificare ogni persona. Tutte notizie esatte, fino nei minimi particolari.

Mentre lasciavo l’ufficio con le mie carte, accanto all’impiegato rividi la scena del giorno precedente. Il piccino, che cosa sapeva di sua mamma? Nulla, e tutto. L’impiegato che cosa sapeva di noi, di me? Tutto, e nulla.

Il bimbo non sapeva ancora parlare, chissà che cosa era in grado di comprendere delle parole che ronzavano nelle sue orecchie. Certamente non conosceva il nome della mamma, ma era in grado di cogliere l’essenziale. Conosceva il cuore di sua mamma come nessun libro di medicina o diritto privato o diritto canonico è in grado di delineare.

Distanza abissale tra le due conoscenze. Nozioni esatte che non sfiorano la natura reale della persona. Solo l’amore ha accesso al mistero di D-i-o e dell’uomo. Certo, l’ideale sarebbe avere la gioiosa conoscenza di un bimbo e confermarla con una conoscenza tecnica razionale. Ma quest’ultima, da sola, rischia in realtà di essere vuota, nonostante la lunga serie di dati personali che si accumulano all’anagrafe.

La conoscenza tecnica si può ridurre a una comprensione sterile anche quando si concentra sul canto gregoriano e raggiunge alcuni dati storici, strutturali, estetici, senza essere in grado di aprirsi a una comprensione che si pone su una diversa lunghezza d’onda

Quella della fede che si alimenta e vive nella preghiera.

Questo è il futuro del canto gregoriano. Questo è il futuro dei cantori che accolgono il dono della profezia e – nella potenza dello Spirito – trasformano la propria vita in preghiera.

Autore

  • Giacomo Baroffio (Novara 1940) con una formazione musicale base (violino, armonia) acquisita durante la scuola d’obbligo, frequenta l’Università a Köln, Erlangen e Bonn e si laurea con una tesi sul canto ambrosiano. Dopo studi teologici a Roma, è docente in varie sedi accademiche (liturgia, storia della musica medievale, paleografia musicale…) e attivo nella pratica del canto gregoriano. Oggi continua a dedicarsi alla ricerca delle fonti liturgiche e di repertori italici (Benevento, Milano, Roma).

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