Se volessimo ricordare un attributo qualificante della nostra Fede cristiana, l’essere una “comunità di luce” è quello che maggiormente si presta ad una polisemia di significati, nella gran parte dei casi ricondotti all’interpretazione metaforica della luce come gioia, positività, speranza, solidarietà, trasparenza, … La luce, però, è tanto un connotato dell’esperienza cristiana quanto un obiettivo cui tendere, ovvero un progressivo camminare ‘nella’ e ‘verso’ la Luce, paradosso più comprensibile chiarendo che Cristo-Luce Vera ci chiama ad essere come Lui e pertanto a conformare al suo modello il nostro saper essere luce del mondo.
Ma ci siamo mai chiesti se questo stare nella luce non sia anche una modalità concreta di vivere le pratiche di fede?
Consideriamo ad esempio quanto nella storia della Chiesa poter celebrare senza ‘nascondersi’ (come durante le persecuzioni dei primi secoli o certe attuali) sia associato ad un desiderio ‘materiale’ di agire la luce per illuminare le proprie assemblee.
Comprendiamo, quindi, quanto non sia casuale ogni riferimento che nelle Scritture ci riporta a tale attenzione, soprattutto sotto l’ottica celebrativa delle forme liturgiche.
Le prime comunità cristiane si radunavano “nel giorno del Signore” nelle case più capienti per stare assieme compartendo il ‘pasto sacro’ come Gesù aveva comandato (memoriale del suo sacrificio redentore) predisponendo gli ambienti in anticipo (anche rispetto alla luce, o prevedendo ad esempio spazi per far giocare i propri bambini) nonché distribuendo i ruoli organizzativi e realizzativi della ‘festa’ in modo utile allo svolgimento della stessa. Come potessero favorire il raccoglimento durante l’ascolto dei passi biblici o gestire il momento ‘prandiale’ della comunione eucaristica non è dato saperlo in modo specifico, ma è logico usassero anche la luce in modo flessibile e variabile, rendendo magari più soffusa la sala durante la condivisione della Parola (in cui è l’udito ad essere il senso principale) e di contro più luminosa la condivisione del Pane (anche per ovvi motivi gestionali della distribuzione).
Come attuiamo invece al giorno d’oggi questa polarità basilare? Sotto una stessa luce sin dal segno di croce iniziale fino a quello finale!
Con quale luce svolgiamo la proclamazione della Parola nella messe solenni? Come illuminiamo l’offerta processionale dei doni all’altare? Come esaltiamo il rito del battesimo durante la messa domenicale, o quello delle esequie? Come moduliamo i tempi dell’anno liturgico in modo illuminotecnico? In modo identico!
È naturale che l’appiattimento sensoriale cui destiniamo i diversi momenti liturgici impedisca al rito di comunicarsi, di immergerci, di consegnarci i suoi frutti spirituali, di cambiarci. E basterebbe estendere l’attenzione (oltre che ai fiori di addobbo e le profumazioni d’incenso) anche alla resa delle luci per ricavarne una celebrazione ‘autentica’, nel senso di ‘sensata’ anziché meramente formale e ‘burocratica’.
Il discorso invero è molto ampio, potendo annoverare a monte la struttura dell’edificio entro cui si svolgono le celebrazioni liturgiche, la disposizione delle vetrate (non a caso molto valorizzate in certe epoche con stili quali il gotico), l’uso meno convenzionale e standardizzato degli altri elementi di illuminazione. Si prendano ad esempio le candele. È chiaro che rappresentassero in origine una forma unica ed esclusiva per dare luce agli ambienti, e la loro utilizzazione fino ai giorni nostri apporta un surplus di ‘tradizione’ e di continuità con la sacralità delle origini.
Ma è corretto che i portatori dei candelieri durante la proclamazione solenne del Vangelo siano disposti, come molto spesso si vede fare, distanti dall’ambone che dovrebbero servire ad illuminare? Senza negarne la valenza, si può comunque cercare di aumentare nell’assemblea la percezione del significato del protrarne l’uso fino ad oggi? Che dire, del resto, della colorazione uniforme bianca di ogni sala liturgica durante ogni domenica dell’anno liturgico?
Visto che i vari colori che segnano i diversi Tempi liturgici (rosa, bianco, viola, rosso, verde) devono poter comunicare l’avvicendarsi appunto dei diversi Tempi, non sarebbe il caso anche di dare luce appropriata agli spazi (pareti laterali, presbiterio, volte e balconate a seconda degli edifici) durante l’Anno liturgico con i diversi colori, in parallelo a quello che si fa con gli arredi e paramenti sacri (tovaglie, casule e stole, guide dei banchi, copriambone, …) in modo da segnare meglio il clima cromatico delle diverse domeniche? Dovremmo poter prendere coraggio dalla Veglia Pasquale, madre di tutte le celebrazioni, per la geniale creatività che deve ispirare le nostre messe domenicali.
La progressiva illuminazione dell’aula liturgica dopo l’introito del cero pasquale e l’accendersi di ogni candela in mano ai fedeli convenuti contribuisce molto alla significazione della Risurrezione di Cristo e grazie a Lui del nostro essere divenuti comunità di luce. Perché non pensare ad esempio a nuovi modi di dare luce ai neo-battezzati durante il sacramento che li rende nostri nuovi fratelli da Figli di Dio?
Naturalmente scaturiscono alcuni problemi pratici, ne menziono solo due. Anzitutto uno studio illuminotecnico che si operi durante le messe non può essere approntato per ogni celebrazione e necessita di chi possa con competenza seguire i comandi alla consolle luci. In secondo luogo, e forse più rilevante, un drastico miglioramento sotto questo aspetto può accentuare d’improvviso la teatralità del rito a scapito della sua funzionalità spirituale, con il rischio di una spettacolarizzazione eccessiva che può snaturare gli effetti previsti e prestare il fianco a legittime critiche (i detrattori del Concilio Vaticano II non mancheranno mai!).
Cosa auspicare, dunque? Ritengo sottolineare che qualsiasi cambiamento (quand’anche di miglioramento) non possa esimersi dal programmarsi in piccoli steps in un percorso di ‘digestione’ consapevole e ‘non traumatica’, come già si è appena avuto modo di accennare. In questo modo ogni step sarà percepito conseguente (e ‘desiderato’) e con naturalità si potrà accedere a livelli sempre maggiori di espressività liturgica ‘aggiornata’ al presente.