L’influsso della musica leggera e popolare sul canto liturgico è un tema assai cruciale e dibattuto perché tira in ballo proprio le varie concezioni di ‘musica liturgica’ e la polemica che la vedrebbe assorbita alla ‘musica sacra’ generalmente intesa. A mio avviso serve inquadrare la questione spiegando anzitutto la differenza tra la cultualità cristiana e tutte le altre (pagane, ma anche ebraica) da cui essa si è affrancata.
Prima dell’avvento storico di Dio tra gli uomini, infatti, l’adorazione della divinità era una pratica che riconosceva la sacralità appunto come entità a sé, separata e distinta dalla umanità ‘suddita’, e perciò il modo di relazionarsi musicalmente con tale deità irraggiungibile assumeva i contorni di un fenomeno di estraneità a qualsiasi altra pratica quotidiana umana. Anche nel mondo ebraico il canto liturgico è una dimensione appartenente alla tradizione nel senso più stretto, ovvero si sustanzia di repertori e forme certamente estese e variate, però intangibili e prescrittivamente adoperabili.
Ciò che differenzia il canto liturgico cristiano e lo contraddistingue, è appunto il fenomeno dell’Incarnazione del Figlio di Dio, che abita la Storia e stravolge l’umanità. Con Dio che si è fatto uomo tra gli uomini, la sacralità non può più essere ‘esterna’ all’uomo (una relazione uomo-Dio che lascia ognuno al suo posto) ma paradossalmente lo infervora dall’interno, diventa una mutazione ‘genetica’ delle sue connotazioni spirituali, alla stregua di una mutazione biologica del DNA che associa trascendentalità e terreità nella persona di Gesù Cristo. E l’Incarnazione come princìpio teologico determina il costante “aggiornamento” che bisogna ricercare nelle forme espressive, per corrispondere al continuo inabitare di Dio tra di noi.
Pertanto esattamente come le diverse eresìe che fino al Medioevo riconoscevano unicamente la sola essenza divina o la sola umana dell’Emmanuele (invero generato per opera dello Spirito Santo grazie al Sì della Vergine Maria), così il concepire il canto per la liturgia soltanto come ‘sacro’ o soltanto ‘popolare’ non rende conto della Fede viva che l’Incarnazione implica.
Ecco che il canto liturgico si rivela emblematico di tale ‘equilibrio’, poiché in un certo senso corrisponde all’inserzione del divino nell’umano, assunto che operativamente autorizza a non intendere quale ‘esclusivo’ il repertorio musicale costituitosi per le liturgie fino ad un certo momento storico (voltando le spalle a tutta la creatività umana successiva), ma neppure a ritenere un falso imperativo la disposizione ad esprimerci prevalentemente con stili ed estetiche contemporanee. Infatti dal Concilio Vaticano II si è avuta quasi una sorta di miscomprensione (non certo prefigurata dal Magno Sinodo) sull’influenza che la musica leggera e il canto popolare dovesse (tornare ad) avere, una estremizzazione che ha inizialmente portato ad appiattire le scelte musicali su forme attuali (la canzone in primis), timbriche (soprattutto le chitarre) e armoniche (successioni e cadenze abusate) dimenticando di effettuare invece la esigìta rielaborazione a fini rituali.
Se pastoralmente ben conosciamo le ragioni di tali scelte (coinvolgere l’assemblea ed avvicinare i più giovani), non si può dopotutto tacere sulle ‘omissioni’ correlate alla mancata ‘educazione’ musicale (tanto dei compositori che dei fedeli esecutori) che avrebbe dovuto insegnare la difficile arte di generare canti di vera commistione tra sacro e profano.
I rischi sono facilmente osservabili ancora oggi: eccessiva emotività a scapito della dimensione contemplativa, testi poveri teologicamente (modellati sulla forma della canzone leggera che ripete pochi concetti banali), nonché l’omologazione stilistica che appiattisce la ricchezza della tradizione liturgica. A questo punto però torna utile chiarire in parallelo l’indicazione conciliare sul canto gregoriano come ‘modello’ cui riferirsi (Sacrosanctum Concilium, n. 116).
La soluzione più comoda, e naturalmente più adottata, vede l’utilizzo senza alterazione di antifone e brani gregoriani “tali e quali” durante le diverse celebrazioni. Piuttosto l’intelligenza della Chiesa chiede, secondo quanto spiegato, di considerare il gregoriano invece proprio per la mirabile rappresentatività che offre riguardo la commistione sacro-profano di cui si è detto poc’anzi, in quanto il gregoriano come lo intendiamo oggi non è quello che ‘suonava’ nelle menti dei fedeli che dal VIII secolo lo cantarono nelle liturgie francigene.
La genesi di tale forma monodica senza accompagnamento strumentale, infatti, aveva permesso al testo, chiaro e solenne, di diventare prioritario rispetto alla musica evitando protagonismi e favorendo la meditazione. Accentuando il ritmo delle parole anziché valorizzando la melodia, il gregoriano degli inizi equivaleva al nostro “rap”, capace di esprimere contenuti su un minimo melodico (fino alla nota di recita fissa delle salmodie) senza troppi virtuosismi che dessero importanza all’esibizione (foss’anche nei modi neumatici e melismatici). L’unità tra tra parola, gesto e silenzio, favorendo la partecipazione interiore dell’assemblea, porta la liturgia a presentarsi appunto forma intermedia tra la sacralità del destinatario rituale e la profanità dell’emittente terreno, pur contando sulla varietà di ‘modi’ con cui declinare le atmosfere musicali dell’Anno liturgico.
Detto ciò, si comprende come l’exemplum che il gregoriano rappresenta non significhi cieca adozione di inni e brani gregoriani bensì l’abilità a saper coniugare oggi le estetiche nuove con l’eternità del Vero. Perciò l’influsso della musica leggera e popolare, predominante e nocivo quando avviene in maniera non rielaborata, andrebbe ‘corretto’ re-imparando l’uso di innovazioni armoniche, attualismi melodici e soluzioni ritmiche odierne per cantare la Liturgia, per lasciar parlare il Mistero, per farci rinascere in Dio.